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Negli anni bui si rideva di Cuore
di Giuliano Zincone

Ma insomma, un foglio satirico che si chiamava «Cuore» era proprio obbligato a far ridere? La risposta sembra ovvia. Però esce in questi giorni una ricca antologia di quel defunto «settimanale di resistenza umana», sotto un titolo buffamente presuntuoso: Non avrai altro Cuore all'infuori di me. Il librone è pieno di illustri vignette e di corsivi memorabili, ma ci sono pure le testimonianze, nelle forme di lievi necrologi. Qui troviamo la sentenza di Piergiorgio Paterlini, uno dei fondatori: «Se l'umorismo non fa ridere, la sua ragion d'essere viene completamente meno; se la satira non fa ridere, la sua ragion d'essere permane e si rafforza». Boh. «Cuore», comunque divertiva molti. Nata verdolina nella pancia dell'«Unità», la rivista se ne distaccò, e raggiunse il picco delle 150mila copie. Anche questo sontuoso florilegio fa ridere parecchio, soprattutto i nostalgici: perché il genere comico (contrariamente al tragico) funziona soprattutto tra i contemporanei/complici, poi rischia di appassire. Gli ignari e gli smemorati, in ogni modo, apprezzeranno le vignette magistrali di Altan, di Vincino, di Disegni & Caviglia, di Maramotti, di Vauro, di Staino, le storielle di Gino&Michele... Proverbiale è diventata la rubrica «Chissenefrega», e ancora fresche mi sembrano le rustiche gogne tipo «Botteghe oscure» (insegne demenziali di negozi), «Niente resterà impunito», «Mai più senza» (pubblicità grottesche), eccetera. Questo settimanale prezioso e non sostituito, scaturisce nel 1989 e cresce sotto il cielo variegato della perplessità. Nel suo primo editoriale da direttore, Michele Serra scrive: «E adesso al lavoro e alla lotta, come dicevano Stanlio e Ollio». Per forza. «Cuore», all'origine, accompagna «l'Unità», mentre il comunismo agonizza, mentre Tangentopoli smantella i vecchi partiti, mentre l'individualismo di massa azzanna le antiche appartenenze/solidarietà politiche e culturali. In questo panorama spaesato, «Cuore» vuole essere soprattutto un giornale (o un controgiornale) e sferza allegramente gli ipocriti colleghi: «Fior di saggina / t'ho visto con sei culi in copertina / e titolavi "Dove va la Cina"» (Stefano Benni). Accanto a questa utile battaglia, ecco qualche stoccata maramaldesca, però inferta con un'eleganza che adesso sembra introvabile: «Scatta l'ora legale, panico tra i socialisti», e «Passerotto non andare via», quando Craxi si preparava all'esilio (latitanza?) di Hammamet. Il «settimanale di resistenza umana» sfotte, un po' snobisticamente, parecchi miti di massa contemporanei, compreso il Festival di Sanremo. E aggredisce preti e gerarchie vaticane con un linguaggio pesante (altro che laicismo!), sovrastato però da un rigore quasi luterano: «Gesù Cristo risorge, panico tra i cattolici». Antisocialismo, anticlericalismo? Nel cuore di «Cuore», forse, covano i riflessi condizionati dell'arcaica fede comunista? In parte sì, certo. Però una vignetta di Ellekappa è piuttosto addolorata: «W Marx, W Lenin, W Mao Tse tung. Ne avessi azzeccato uno». Poi un titolo crudele: «Un grande partito! Occhetto: "Siamo d'accordo su tutto, basta che non si parli di politica"». Infine, ecco la testimonianza del disegnatore Riccardo Mannelli: «Comunismo per me significa solo tre parole, crimini contro l'umanità». A poco a poco, s'esaurisce la spinta propulsiva. Cambiano i direttori di «Cuore», falliscono gli estremi tentativi di rianimazione. Le copie, ormai, crollano intorno alle ventimila. Avanza, strisciando, una inesorabile malinconia che assopisce, insieme, i redattori e i lettori. Si constata l'indifferenza delle masse con una vignetta sulla guerra: «Eccidio». «Salute». C'è poco da ridere. Che cosa è successo? Secondo me (cosciente o no), s'è acceso un sentimento di superfluità, tenue come una fiammella del gas, ma costante e petulante. Qualcuno, insomma, ha incominciato a percepire che, per sua natura, la satira classica non nuoce al potere, ma che anzi (spesso) lo rafforza. Molti politici eminenti chiedono ai disegnatori gli originali delle vignette che li sbeffeggiano. Ecco, in questo libro, una foto dell'arcinemico Craxi che visita la redazione di «Cuore», ilare a soddisfatto. Ecco, sul «Corriere della sera» del 2008, Berlusconi ridicolizzato come un nano/mago da Giannelli. Quel pupazzetto, benché svergognatissimo, non provoca ostilità ma tenerezza. Così come non suscitò avversione il buffo «Fanfani rapito» messo in scena da Dario Fo, poco prima (ahinoi) dell'autentico rapimento di Moro. Nani come Brunetta, gobbi come Andreotti: la satira sollecita spesso i sentimenti di superiorità del lettore/spettatore. Fa ridere il comico che inciampa e cade, fa ridere lo sfigato come Fantozzi. Ma, alla fine, questi personaggi risultano simpatici o (perlomeno) non certo odiosi. Per questo (anche per questo), forse, qualche comico "antagonista" contemporaneo ha deciso di cambiare registro. Basta con i vecchi attrezzi della satira, basta con le allusioni, le metafore, le parodie, i paradossi. Basta con l'arte sottile dell'ironia. Siamo o non siamo gli ultimi supplenti della politica? Passiamo direttamente all'invettiva, all'insulto. Peccato che neanche questo funzioni. Applaudono soltanto i pochi che sono già convinti. In compenso non ride nessuno. «Non avrai altro Cuore all'infuori di me», a cura di Andrea Aloi, Chiaera Belliti, Mauro Luccarini, Piermaria Romani, Rizzoli, Milano, pagg. 320, 27,50.

19 luglio 2008
19 LUGLIO 2008
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