Business
Allarme Onu: i robot sostituiranno il 66% del lavoro umano
di Enrico Marro

Questo l’articolo di Enrico Marro, giornalista del Sole 24 Ore, proposto nella prima prova scritta della maturità 2017 tra i testi di riflessione per il saggio breve in ambito socio-economico su nuove tecnologie e lavoro.

Dai droni postini alle auto che si guidano da sole (con buona pace dei taxisti), si sapeva che le macchine minacciano parte del lavoro oggi svolto dall’uomo. La grande novità è che nel mirino dei robot ci sono soprattutto i Paesi emergenti: quelli che fino a ieri avevano sviluppato un’industria a basso valore aggiunto contando su una manodopera a costi stracciati. Quella stessa manodopera, domani, potrebbe perdere il lavoro perché superata in economia dalle macchine.

Il campanello d’allarme è stato suonato dall’Onu attraverso un recente report dell’Unctad, la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo. Che mette in guardia Asia, Africa e America Latina: attenti, dice il report Robot and Industrialization in Developing Countries, perché è da voi che l’impatto dell’era dei robot sarà più pesante.

C’è poi il problema del “reshoring”. I Paesi sviluppati, che con la globalizzazione hanno delocalizzato produzioni a basso valore aggiunto nei Paesi in via di sviluppo, potrebbero decidere di rimpatriarle sostituendo robot tecnologicamente avanzati ai lavoratori “low cost”. E’ uno dei rischi del ritorno di fiamma protezionistico che oggi va per la maggiore: il rimpatrio delle produzioni delocalizzate che però, per restare competitive, dovranno giocoforza puntare sull’automazione.

Come evitare la desertificazione economica? Il primo consiglio che l’Onu dà ai Paesi emergenti è banale ma ovviamente validissimo: abbracciate la rivoluzione digitale, a partire dai banchi scolastici. «Bisogna ridisegnare i sistemi educativi - spiega il report - in modo da creare le competenze manageriali e professionali necessarie a lavorare con le nuove tecnologie».

Il secondo consiglio è controintuitivo ma anch’esso prezioso: se non potete battere i robot, puntate su di loro. Un mix innovativo di lavoro uomo-macchina permetterebbe ai Paesi emergenti di mantenere la competitività della propria struttura industriale, magari evitando il temuto “reshoring”.

Un esempio perfetto in tal senso è quello della Cina, ormai diventato il regno mondiale delle macchine industriali. «In risposta all’invecchiamento della popolazione e all’aumento del costo del lavoro, che sta erodendo i vantaggi della manodopera manuale “low cost”, fin dal 2013 la Cina ha acquistato più robot industriali di ogni altro Paese», spiega lo studio. Entro poche settimane, si stima, il Dragone supererà il Giappone come leader mondiale delle produzioni automatizzate. Un esempio che altri Paesi, a partire dal Messico in ansia per Trump, dovrebbero seguire di corsa.

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