Scienza
Climate change, allarme dell’Ipcc: «Agire subito o sarà catastrofe»
di Pierangelo Soldavini
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L'obiettivo concordato a Parigi in pompa magna nel 2015 era quello di contenere l'aumento della temperatura globale a due gradi sopra i livelli precedenti alla rivoluzione industriale entro la fine del secolo. Ma già oggi quell'obiettivo è fortemente a rischio, dal momento che la temperatura media terrestre potrebbe arrivare a crescere di 1,5 gradi già tra il 2030 e il 2052: sono periodi che variano a seconda degli scenari dei diversi modelli climatici adottati.

Ma il nuovo grido d'allarme lanciato dall'Ipcc nel suo rapporto speciale punta nella direzione dell'urgenza di intensificare le azioni per contrastare il riscaldamento globale, che si sostanziano nella riduzione dei consumi energetici, nella trasformazione del mixi delle fonti con una spinta progressiva all’abbandono delle fonti fossili, anche attraverso l’aumento del prezzo della CO2,, e dalla mitigazione degli effetti con tecnologie di assorbimento delle emissioni.

Le riduzioni necessarie
La situazione è molto seria, ma ci sono possibili vie d'uscita. Il rapporto speciale pubblicato dal Gruppo intergovernativo che studia i cambiamenti climatici indica infatti come prioritaria la necessità di ridurre drasticamente il consumo di energia da parte dei settori più energivori: industria, trasporti e immobili. L'obiettivo che l'Ipcc indica come necessario è infatti una riduzione del 45% delle emissioni globali di anidride carbonica entro il 2030, rispetto ai livelli del 2010, e l'azzeramento delle emissioni nette entro il 2050.

Parallelamente il mix delle fonti energetiche dovrà essere spostate verso quelle rinnovabili, che dovranno raggiungere una quota del 70-85% del fabbisogno globale entro il 2030, con un progressivo abbandono delle fonti fossili, carbone in primo luogo, a dispetto delle recente decisione cinese di riprenderne l'estrazione. Questi obiettivi hanno bisogno di incentivazioni che passano anche per l’aumento del prezzo del carbonio, fino a livelli di 100 dollari a tonnellata, rispetto ai 20-25 attuali.

Allo stesso tempo bisogna accelerare il passo nell'introduzione di tecnologie che possano garantire un assorbimento, cattura e stoccaggio dei gas serra presenti nell'atmosfera, che però sono ancora molto indietro. Fare conto solo sull'utilizzo delle biomasse rischierebbe di provocare conseguenze negative nel settore agricolo con l'effetto di accelerare il consumo di nuova terra per le coltivazioni.

«Nel rapporto manca un’analisi economica dettagliata sugli investimenti necessari per raggiungere questo obiettivi, che evidenzi anche la parte positiva in termini di ricadute e di posti di lavoro potenziali», commenta Carlo Carraro, membro italiano dell’Ipcc, sottolineando come il rapporto indicihi investimenti supplementari superiori ai 550 miliardi di dollari l’anno.

Lo stato di fatto attuale
Il rapporto, frutto del lavoro di 91 scienziati da 40 Paesi sulla base di più di 6mila paper scientifici, indica che la temperature media del decennio 2006-2015 è cresciuta tra 0,77 e 0,79 gradi rispetto al periodo di riferimento 1850-1900 e che l'effetto dell'azione umana è determinante in questo riscaldamento: le emissioni antropogeniche hanno infatti un impatto pari a 0,2 gradi per ogni decade.

Su queste basi l'aumento di 1,5 gradi potrebbe essere raggiunto già nel 2030, vale a dire tra dodici anni. A questo ritmo a fine secolo l'aumento potrebbe raggiungere almeno i tre gradi, se non oltre. Ma l'evoluzione delle temperature non può essere uniforme sulla superficie terrestre e i poli si confermano come le aree più fragili, con un previsione di riscaldamento sostanzialmente doppia: tre gradi se si dovesse arrivare a 1,5 a livello globale, quattro se si arriva a due.
L'aumento delle temperature provocherebbe un'accentuazione dei fenomeni meteorologici estremi, come siccità e allagamenti. Di pari passi l'innalzamento dei mari sarà compreso tra 20 e 77 cm entro fine secolo in caso di aumento contenuto a 1,5 gradi, ma potrebbe raggiungere il metro sulla base di scenari più gravi, arrivando a colpire in primo luogo dieci milioni di abitanti delle isole minori.

Le divisioni non mancano
Queste analisi hanno rischiato di far fallire i negoziati per arrivare a un testo concordato in maniera unanime alla riunione dell'Ipcc che si è svolta in Corea del Sud. Polonia, Australia e Giappone, secondo alcune indiscrezioni si sarebbero opposti all'obiettivo incentrato sul carbone, ma l'opposizione più feroce, caduta solo nel rush finale dello scorso fine settimana, è stata quella giocata dall'Arabia Saudita che ha duramente contestato le conclusioni scientifiche alla base delle conclusioni del rapporto.

L'obiettivo fissato a Parigi tre anni fa impegnava tutti i paesi firmatari ad adottare misure per contenere il riscaldamento globale a un massimo di due gradi rispetto ai livelli pre-industriali, cercando di rimanere il più vicino possibile a 1,5 gradi di incremento. Oltre questi livelli il climate change assumerà contorni e dimensioni che rischiano di avere effetti catastrofici sul clima, con conseguenze drammatiche sul versante ambientale, sociale ed economico per l'intero pianeta.

Com'è noto i risultati dell'Accordo di Parigi sono stati contestati dal presidente Usa Donald Trump con una posizione che ha portato al ritiro degli Stati Uniti della firma apposta all'accordo per la lotta al cambiamento climatico

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