Economia Digitale
Google, è guerra sul motore di ricerca «censurato» per il regime cinese
di Enrico Marro
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Esplodono le polemiche all’interno di Google per la versione “censurata” del motore di ricerca, quella che “Big G” sta mettendo segretamente a punto per il mercato cinese. Dopo le prime indiscrezioni trapelate a inizio mese sul “progetto Dragonfly”, sviluppato tenendone all’oscuro i dipendenti di Google, e dopo i laconici no comment della società, la tensione all’interno del colosso di Mountain View ha continuato a crescere.

Una tensione tenuta faticosamente sotto controllo fino alla giornata di ieri, nella quale il dissenso è esploso fragorosamente sotto forma di un documento interno - firmato secondo il New York Times da ben 1400 dipendenti - in cui i lavoratori del colosso digitale chiedono maggior trasparenza sulle implicazioni etiche del loro lavoro. Nella lettera aperta, i dipendenti scrivono che il progetto e l’apparente volontà di Google di piegarsi alla censura del regime cinese «sollevano problemi urgenti a livello morale ed etico». Aggiungendo che «al momento non abbiamo ottenuto informazioni che ci permettano di prendere decisioni etiche riguardo il nostro lavoro e i nostri progetti». E concludendo con una frase secca e tagliente, scritta in grassetto: «i dipendenti di Google vogliono sapere che cosa stanno costruendo».

Il dubbio è infatti che il misterioso “progetto Dragonfly” nasconda una versione del motore completamente addomesticata alla censura di Pechino, in cui per esempio vengono bloccati i risultati di ricerche con parole come “protesta pacifista” o simili. Il che sarebbe in contrasto con la famosa clausola del codice di condotta interno che impone alla società californiana di «non essere cattiva».

Messo all’angolo, nel tardo pomeriggio di ieri il ceo di Google è stato costretto a scendere in campo: «non siamo vicini» a lanciare un motore di ricerca in Cina, ha dichiarato Sundar Pichai in una riunione interna, confermando però allo stesso tempo il grande interesse della società californiana per il mercato del Dragone e la valutazione di «molteplici opzioni» per entrare sul terreno di gioco della Repubblica popolare.

Ricordiamo che Google ha iniziato progressivamente a ritirarsi dalla Cina nel 2010, per timore di censura e cyberattacchi, finendo per abbandonare completamente un colossale bacino da 772 milioni di utenti internet in cui peraltro aveva circa il 30% di quota di mercato, e lasciando campo libero al gigante locale Baidu. Anche Facebook, Instagram e Twitter sono completamente assenti dal mercato cinese.

Tra l’altro, secondo Bloomberg, Google sarebbe anche in trattativa col gruppo Tencent e altre società del Dragone per poter proporre i suoi servizi di cloud in Cina, facendoli girare su data center e server di imprese della Repubblica popolare, in modo da conformarsi alle esigenze di Pechino che vuole i dati stoccati nel proprio territorio.

Non è la prima volta che il popolo di “Big G” scende in campo contro progetti aziendali ritenuti discutibili. Qualche mese fa, quando Google era in odor di confermare una commessa con il Pentagono, migliaia di dipendenti avevano firmato una petizione per chiedere di «restare fuori dal business della guerra», costringendo il gigante informatico a escludere espressamente lo sviluppo di intelligenza artificiale mirata alla costruzione di armi.

17 AGOSTO 2018
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