Startup
Open innovation in Italia? Una realtà per i Big ma faticano le medie imprese
di Gianni Rusconi
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Le aziende italiane, soprattutto quelle grandi, hanno (finalmente) iniziato ad aprire i propri orizzonti in fatto di innovazione pur rimanendo ancorate, negli ultimi tre anni almeno, a fonti “tradizionali” quali i vendor di tecnologia e le società di consulenza esterne. È però evidente come molte organizzazioni stiano perseguendo modalità di collaborazione e nuovi modelli operativi che attingono da interlocutori come le startup, le università e i centri di ricerca. Se guardiamo alle indicazioni delineate dal Politecnico di Milano, scopriamo infatti come da qui al 2020 aumenterà in modo deciso il ricorso a queste risorse, finora poco utilizzate. Sarà uno stimolo efficace per la crescita dell'ecosistema delle startup nel suo complesso, affetto dai ben noti difetti di nanismo dimensionale quanto a volumi di fatturato e investimenti raccolti dai venture capital e dagli investitori istituzionali? Lo vedremo.

Il presente ci dice che oggi il numero di imprese che adotta in modo sistematico progetti di open innovation è ancora limitato, non arriva al 30% del totale e solo il 7% delle aziende è attiva da più di tre anni. Una su tre, invece, non ha ancora sposato l'idea dell'innovazione aperta ma è intenzionato a farlo a breve, mentre il 20% non conosce il fenomeno e un altro 20% non è interessato a sviluppare alcun progetto. Fra le imprese che puntano sull'open innovation, oltre la metà punta su azioni di startup intelligence ma si ferma al 12% la quota di imprese che avvia progetti di corporate venture capital. Il cammino verso una piena maturazione di questo paradigma, insomma, è ancora piuttosto lungo, prova ne sia il fatto che solo le grandissime aziende (in due casi su tre) vantano forme di collaborazioni già avviate con le startup, mentre per le realtà di medie dimensioni la percentuale si riduce al 21%.

Il nostro ecosistema, anche su questo specifico fronte, deve accelerare e di parecchio, anche se qualcosa si è fatto. «Abbiamo iniziato a creare un ponte strategico fra imprese e startup a partire dal 2015 e da allora abbiamo strutturato oltre 20 progetti con le più importanti aziende italiane, coinvolto più di 600 realtà innovative e lanciato tre programmi di accelerazione verticali dedicati a fintech e insurtech, adtech e foodtech», ha spiegato Layla Pavone, chief innovation marketing and communication officer di Digital Magics che oggi aprirà l'Open Innovation Summit 2018,l'appuntamento di sistema dedicato alle sinergie fra startup e aziende consolidate all'interno della terza edizione Gion, il primo network per le imprese che vogliono fare innovazione (media partner il Sole 24 Ore).

Non mancano poi casi virtuosi anche nella sfera pubblica, vedi i progetti in seno a Trentino Sviluppo, cui fa capo il Polo Meccatronica di Rovereto. Smart Track, startup genovese dopo aver vinto l'ultimo contest (Digital X Factory) di Ansaldo Energia, contribuirà alla realizzazione del Lighhouse Plant di quest'ultima (coperto da un investimento di 14 milioni di euro in 36 mesi con un cofinanziamento del Mise pari al 25%) con i propri dispositivi indossabili e connessi per la sicurezza dei lavoratori negli impianti. «È un progetto in ottica di reale open innovation - conferma il ceo di Smart Track, Saverio Pagano – e va nel solco degli altri accordi quadro che abbiamo firmato».

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