Scienza
L’intelligenza artificiale che prevede la data della nostra morte
di Enrico Marro
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Si chiamano “reti neurali” e sono dei modelli matematici di intelligenza artificiale ispirati ai neuroni biologici umani, in grado di apprendere da soli (“machine learning”). Grazie a questi particolari tipi di algoritmi, l’intelligenza artificiale è in grado di analizzare enormi masse di dati in modo “creativo” e oggettivo allo stesso tempo, con un grado di accuratezza che tocca il 95%. Arrivando a prevedere quando moriremo.

Le prime sperimentazioni delle reti neurali in ambito ospedaliero sono state condotte da Google assieme a un team di scienziati di Stanford. I risultati sono impressionanti: basandosi sull’analisi di una mole enorme di informazioni, le intelligenze artificiali riescono spesso a battere le tradizionali diagnosi mediche. Un articolo pubblicato di recente su Nature documenta le sperimentazioni dell’intelligenza artificiale sui “big data” di oltre 114mila pazienti ricoverati in due diversi ospedali: la percentuale di precisione sul “rischio morte” oscilla tra l'80% e il 95% (contro il 70-80% dei normali software di analisi dei dati presenti nelle strutture).

Com’è possibile che le reti neurali di Google riescano a sovraperformare i normali software? Come spiega Vik Bajaj, ex top manager a Verily (il braccio “medico” di Big G), l’intelligenza artificiale messa a punto a Mountain View «capisce da sola quali sono i problemi da risolvere e quali sono le direzioni giuste da prendere nell’analisi dei dati», imparando dai propri errori e quindi migliorando continuamente le proprie performance. Un salto di qualità rispetto ai tradizionali software, più meccanici e meno “creativi” nell’identificare o nel valutare in modo corretto le informazioni giuste. Anche perché le reti neurali di Google possono essere “personalizzate” da ogni singolo ospedale, aumentandone ulteriormente l’efficacia.

C’è però ancora un grande ostacolo alla conquista di cliniche e ospedali da parte di “Big G” e della stessa Microsoft (che a sua volta ha fiutato il business medico), e non è certo tecnologico: si tratta della difesa della privacy. Un tema sul quale l’opinione pubblica americana, dopo lo scandalo Cambridge Analytica, è improvvisamente diventata molto sensibile.

«Società come Google e altri giganti digitali hanno ormai una capacità unica, quasi monopolistica, di capitalizzare tutti i dati che generiamo» spiega con preoccupazione Andrew Burt, ceo della data company Immuta, che assieme all’oncologo pediatrico Samuel Volchenboum ha denunciato tutti i pericoli di un utilizzo eccessivo degli algoritmi nelle strutture ospedaliere.

Anche perché i sistemi basati sulle reti neurali, per quanto intelligenti, non hanno un modo semplice di “spiegare” agli umani in quale modo raggiungono determinate conclusioni cliniche. E questo può rappresentare un problema, quando si ha a che fare con una vita umana.

22 GIUGNO 2018
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