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L’anno nero di Zuckerberg (che intanto non si fa trovare)
di Biagio Simonetta
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Che fine ha fatto Mark Zuckerberg? È una delle domande più ricorrenti, e rimbalza fra Londra, Washington e Bruxelles. Facebook è finito nell'occhio del ciclone per lo scandalo Cambridge Analytica, ma per ora il Ceo si è chiuso in un eloquente silenzio. Nessun post, nessuna dichiarazione pubblica. Che quello in corso sia il periodo più delicato della storia di Facebook ci sono pochi dubbi. Dopo la complessa vicenda delle fake news, legate allo scandalo Russiagate e alle presidenziali americane, questa storia dei dati utilizzati da Cambridge Analytica sta minando visibilmente la stabilità del social network più importante del mondo, con pesanti ricadute anche a Wall Street. E c'è un particolare che non deve sfuggire: il caso non è un “data breach”. Facebook non ha subito alcun attacco ai suoi server, e i dati riguardanti 50 milioni di utenti che hanno fatto scoppiare lo scandalo non sono stati trafugati. Tutt'altro: provengono da una raccolta che, almeno in principio, ha rispettato tutte le regole imposte da Facebook. E forse è per questo che il silenzio di Zuckerberg è così prolungato. Perché il Ceo deve spiegare la quasi normalità dell'impero che ha messo in piedi, davanti a un mondo che per la prima volta si è posto interrogativi pesanti. Difficile, dunque, provare a ipotizzare quale sarà la sua controffensiva.

Il Russiagate
C'è da dire che il caso Cambridge Analytica arriva dopo mesi abbastanza opachi per Facebook. A più riprese, e per varie vicende, il social network era già finito nel mirino di regolatori e governi occidentali. Problemi di portata più contenuta, ma comunque sintomi diffusi di malessere. A partire dal Russiagate. I fatti risalgono allo scorso anno, quando dopo una pioggia di pesanti accuse, Zuckerberg in persona decise di collaborare, fornendo al governo americano il contenuto di oltre 3mila annunci politici diffusi su Facebook che sarebbero stati creati e finanziati da società russe per interferire sulle ultime elezioni americane. Dalle ammissioni del CEO emerse che dal 2015 al 2017, almeno 500 gli account (collegati a una società russa) investirono 100mila dollari in pubblicità ingannevole, dedita ad influenzare le elezioni americane. Le circa tremila inserzioni pubblicitarie acquistate intercettarono il newsfeed (cioè finirono sulla home di Facebook) di almeno dieci milioni di utenti residenti negli Stati Uniti d'America.

I malesseri europei
Ma negli ultimi mesi Facebook ha dovuto rispondere ad altre accuse provenienti anche da alcuni Paesi europei. La più recente, in ordine di tempo, è arrivata dal Belgio, dove a febbraio di quest'anno una sentenza di un tribunale ha chiesto al social network di cessare immediatamente la raccolta dei dati degli utenti attualmente in essere. E di cancellare quelli raccolti finora. Pena una multa da 250mila euro al giorno fino ad un massimo di cento milioni. La storia belga nasce dall'esposto a firma del Comitato per la Privacy di Bruxelles, secondo il quale Facebook non avrebbe mai informato in modo chiaro gli utenti circa il metodo di raccolta dati utilizzato. Il vero nodo non è legato tanto alla navigazione su Facebook, quando a quella su siti esterni. Grazie ai famosi pulsanti “mi piace” e “condividi” del social network di Zuckerberg, infatti, Facebook è in grado di raccogliere i dati di navigazione anche quando un utente visita un altro sito, a patto che sia comunque loggato sul social. Una pratica, questa, che secondo l'accusa consentirebbe a Facebook di ottenere una profilazione dell'individuo molto dettagliata e molto golosa gli inserzionisti pubblicitari. Quella belga, tuttavia, non è l'unica grana europea, dato che Facebook ha contenzioni aperti anche in Germania. E non va dimenticato che qualche mese fa la Commissione Ue aveva multato l'azienda californiana (sanzione da 110 milioni di euro) per la storia dell'intreccio di dati fra Facebook e WhatsApp.

Quando Zuck voleva far politica
C'è la politica dietro al periodo nero di Facebook. Le fake news legate al Russiagate prima e lo scandalo Cambridge Analytica adesso, sono scaturite da un utilizzo poco leale della piattaforma. E hanno dato prova di quanto Facebook sia ormai determinante in certi contesti. Per questo è impossibile non ricordare la vecchia passione di Zuckerberg per la politica. Nel 2016, grazie agli incartamenti processuali di una storia che vedeva coinvolto lo stesso CEO di Facebook e alcuni azionisti di minoranza, venne a galla che “Zuck” aveva portato avanti un sondaggio per capire quali sarebbero state le ripercussioni di una sua discesa in campo. Una mossa esplorativa, per capire come muoversi in caso di incarico governativo. Che le mire del capo di Facebook arrivassero fino alla Casa Bianca non è mai stato chiarito. Ma è una suggestione molto chiacchierata negli Stati Uniti. Una suggestione che forse questo scandalo sui dati utilizzati per scopi elettorali sta smontando pezzo dopo pezzo.

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