Business
Sfida a colpi di brevetti tra le Big Five della rete
di Vittorio Carlini

Le Big Five (Amazon, Google, Facebook, Apple e Microsoft) rappresentano il gotha tecnologico e digitale. Un mondo cui le istituzioni finanziarie (e non solo) guardano con attenzione. Anche perchè temono di vedersi sottratti potenziali futuri ricavi.

E però il guanto di sfida non è solo verso l’esterno. Anche tra le Big Five la battaglia è continua. Soprattutto sul fronte dei brevetti. Al che sorge il quesito: quali sono le priorità delle società in questione? In particolare: chi ha compiuto i maggiori sforzi nell’Intelligenza Artificiale? Una risposta la offre CBInsights. Secondo la società di ricerca Google, dal 2009 ad oggi, ha depositato il maggiore numero di brevetti nell’Artificial intelligence (Ai). Circa 300. Microsoft segue a poche incollature con 270 “patent”. Poi sfilano gli altri: Amazon e Facebook. Apple, dal canto suo, è in ultima posizione con meno di 30 brevetti nell’Intelligenza artificiale.

Ciò detto: in quali settori sono stati compiuti maggiori sforzi? A dare sempre retta a CBInsights le nuove applicazioni riguardano soprattutto i software per rendere “intelligenti” i robot. Poi ci sono quelle che sostengono la guida automatica nelle auto e dei droni. Senza dimenticare, peraltro, l’Ai per gestire il rapporto con la clientela delle aziende.

Insomma: il raggio d’azione dell’Artificial intelligence è sempre più ampio. Tanto che, al di là dei brevetti nelle Big Five, i sistemi neurali trovano il loro utilizzo in un settore non molto conosciuto: il RegTech.

Il vocabolo, contrazione di Regulation e Technology, descrive le soluzioni tecnologiche finalizzate, da una parte, ad aiutare le aziende (o altre realtà) ad essere conformi ai sistemi regolatori; e, dall’altra, a rendere meno oneroso (e più efficiente) l’adeguamento stesso. Secondo la stessa CBInsights il RegTech è un settore promettente dove le imprese hanno già investito. Negli ultimi 5 anni ci sono state circa 558 le operazioni con startup del RegTech. Il tutto per un ammontare intorno a 5 miliardi di dollari. Numeri non da poco, insomma. Di fronte ai quali il signor Rossi domanda: quali le motivazioni di questa espansione?

La risposta è articolata. In primis deve ricordarsi l’ingente mole di regolamenti, e norme, cui istituti finanziari, aziende farmaceutiche e industriali devono adeguarsi. A livello globale, sempre a detta di CBInsight, ci sono circa 750 authority che “emettono” una media di 201 “alert” al giorno. Ma non è solo una questione di leggi e leggine. È andata allargandosi, almeno negli Stati Uniti, la stessa giurisdizione dei “regulator”. In tal senso CBInsights ricorda come il Wall Street Reform Act e la legge Dodd-Frank abbiano introdotto, tra le altre cose, nuove agenzie . Organizzazioni le quali, inevitabilmente, hanno ampliato il campo di azione, per l’appunto, dei controllori.

Riguardo a questo punto, però, va detto che la realtà pare un po’ differente. Cioè: la riforma di Wall Street, realizzata sotto la presidenza di Barack Obama, è stata da molti considerata poco incisiva. Ipotizzare, quindi, una forte pervasività sul fronte regolamentare è abbastanza azzardato.

Certo: molte istituzioni finanziarie, e non, negli Usa si sono lamentate; hanno denunciato l’eccesso di regole che avrebbe limitato il business. E, tuttavia, da una parte questa è la reazione di un mondo abituato ad una libertà di manovra che (come hanno mostrato i subprime) non è sempre sana; e, dall’altra, la protesta non trova più tante giustificazioni.Sotto l’attuale presidenza di Donald Trump, infatti, quel poco di regole introdotte è destinato ad essere smantellato (in tutto o in parte).

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