Strategie
FABBRICHE creative
Pier Luigi Sacco

IL MINISTRO DELLA CULTURA SPAGNOLA È UNA GIOVANE REGISTA, Angeles González-Sinde

DI PIER LUIGI SACCO Un'industria culturale fuori dagli schemi pensati a tavolino ma espressione di un ecosistema di innovazioni, di relazioni creative tra soggetti diversi, dalle università agli enti locali. Così si tratteggia l'Europa della conoscenza, dopo la conferenza governativa per il semestre di presidenza spagnola della Ue sulle industrie culturali e creative. La qualità della rappresentanza istituzionale a Barcellona il 29-30 marzo (sei ministri e cinque direttori generali della cultura di vari paesi europei più il Commissario europeo alla cultura e alla formazione Androulla Vassiliou) offre un segno evidente del peso politico che questo tema sta assumendo oggi in Europa. Lungo i lavori del convegno si aveva la chiara sensazione che questo settore sarà una delle forze trainanti dell'economia e dello sviluppo locale europeo del prossimo decennio. Non è un caso che sia stata la Spagna a ospitare questa iniziativa, che si pone come un evento di primissima importanza nel programma del semestre di presidenza. Malgrado la crisi economica, il paese sta puntando con decisione sullo sviluppo delle industrie creative e questa scommessa si poggia su precise scelte anche politiche: il ministro della Cultura è una regista 44enne, Ángeles González-Sinde, che ha una conoscenza di prima mano delle problematiche del settore. Il direttore generale del ministero è un 39enne con una solida esperienza internazionale. Il sindaco di Barcellona, Jordi Hereu, non ha fatto un discorso di circostanza o auto-celebrativo sul primato storico della città sui temi dello sviluppo locale a base culturale – e sì che ne avrebbe avuto motivo – ma ha annunciato un ulteriore, ambiziosissimo piano di investimenti in infrastrutture culturali, già in corso di realizzazione, che mira a portare la città nella ristretta élite mondiale delle global creative cities a fronte di una competizione internazionale sempre più accanita, proveniente ormai non soltanto dai paesi più sviluppati ma anche da un crescente numero di paesi emergenti. Al momento, l'Italia è del tutto assente da questo scenario. La mancata presenza di rappresentanti istituzionali italiani tra gli speaker del convegno non è purtroppo causale, se si considera che l'Italia non ha al momento una direzione ministeriale dedicata alle industrie culturali e creative, e di conseguenza non ha nemmeno una country strategy in merito. Il tema delle industrie creative è del resto praticamente assente dal dibattito nazionale (e a maggior ragione dall'agenda politica), ancora tutto incentrato sul tema vetusto e strategicamente secondario della valorizzazione. Colpa forse del fatto che in Italia manchino i talenti? È vero semmai il contrario: l'Italia si è trasformata in questi anni in un formidabile esportatore di talenti creativi, formati spesso con grandi quantità di risorse pubbliche, che fanno la felicità di tanti produttori stranieri che offrono loro opportunità e risorse impensabili nel nostro paese (ma disponibili e abbondanti per tanti altri scopi). Perché ci troviamo in una situazione del genere? Una spiegazione abbastanza semplice emerge dai risultati delle riflessioni presentate nel convegno di Barcellona: il vero fattore chiave di successo di una strategia di sviluppo delle industrie creative non va cercato tanto nell'applicazione dei convenzionali paradigmi di sviluppo industriale al nuovo macro-settore, che in gran parte sfugge a queste logiche e richiede nuovi modelli e strumenti in tema di difesa della proprietà intellettuale, sostegno ai processi creativi e ideativi, organizzazione e motivazione del team work, selezione dei modelli organizzativi, e così via. Il punto centrale è piuttosto la capacità di collocare i nuovi modelli creativi all'interno di un contesto sociale che esprima il proprio orientamento alla conoscenza: un contesto caratterizzato cioè da elevati livelli di accesso e alfabetizzazione culturale e tecnologica, da un elevato livello di coordinamento tra politiche culturali e politiche del welfare e della sostenibilità ambientale, da una forte interazione tra sperimentazione culturale e percorsi formativi nella scuola del l'obbligo, nell'università, nella formazione continua. Ed è qui che emerge con evidenza il nostro gap, che ha a che fare soprattutto con la cultura della cultura: per noi, per la nostra opinione pubblica, cultura vuol dire ancora e soprattutto intrattenimento, rendita turistica e/o autocelebrazione identitaria, e non formazione, innovazione, sviluppo umano, qualità della vita. Se non ci sforziamo di superare al più presto questi sostanziali limiti di visione, rischiamo di trovarci a giocare un ruolo irreversibilmente marginale proprio all'interno di una di quelle arene su cui, a parole, contiamo di più per assicurare un futuro alle nuove generazioni, ma dalla quale facciamo di tutto per scomparire. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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