Politica Economica
Chiusura domenicale, possiamo permetterci di perdere 183mila posti di lavoro?
di Rossella Bocciarelli
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C'è chi ne fa soprattutto una questione di filosofia. Così, quando si parla dell'obbligo di chiudere per centri commerciali e negozi la domenica e i festivi, lasciando solo poche eccezioni annue, come il governo si accinge a fare, ci si divide fra chi torna a sottolineare che la domenica deve essere un momento di incontro per tutte le famiglie e chi tuona contro l'attacco di passatismo che ha investito l'esecutivo italiano.

Finiscono così con il restare in secondo piano le questioni che contano davvero, per valutare pregi e difetti dell'attuale normativa: la quantità e la qualità del lavoro in più che la deregulation del lavoro domenicale, entrata in vigore il primo gennaio 2012, ha messo in moto, il volume dei consumi e di crescita economica, il grado di concentrazione del settore, i risvolti sui prezzi.
Un recente paper del Cep–London School of Economics rimedia almeno in parte a queste lacune, applicando lo zoom su ben 30 Paesi europei (Unione europea a 27 più Norvegia, Islanda e Svizzera). Tutti gli stati che nel corso degli ultimi due decenni hanno cambiato le leggi sul lavoro domenicale (Germania, Danimarca, Spagna, Finlandia, Francia, Portogallo e Italia) si sono mossi verso un regime meno restrittivo, rimarcano gli autori.

Christos Genakos e Svetoslav Danchev hanno inoltre realizzato un panel europeo (con numerose variabili economiche analizzate nell'arco di 14 anni) su tre grandi categorie di prodotti: food, abbigliamento e prodotti per ammobiliare e attrezzare la casa. Il risultato più importante ottenuto, per i Paesi che hanno realizzato una deregulation del lavoro domenicale, è una «significativa e robusta evidenza statistica di impatto positivo complessivo sull'occupazione» derivante sia dalla creazione di lavoro portata dalle nuove imprese entrate nel mercato, sia dal fatto che le aziende esistenti hanno dato lavoro a un maggior numero di persone. Queste normative, spiega il rapporto, si sono rivelate uno strumento potente di lotta alla disoccupazione, in una fase in cui questa colpisce giovani che si affacciano per la prima volta sul mercato dell'occupazione e, per una quota crescente, chi rimane senza lavoro per più di un anno.

A quanto ammonta questo effetto positivo? N ei Paesi che hanno deregolato il lavoro domenicale, secondo il Cep si è verificato un incremento dell'occupazione compreso fra il 7 e il 9 per cento. Se applichiamo queste stime all'Italia, otteniamo cifre assai consistenti. Infatti, limitandoci a considerare la sola platea degli occupati dipendenti nel settore del commercio al dettaglio (pari a un milione 140 mila persone, secondo l'ultimo dato Istat disponibile) si va dagli 80mila a 103mila occupati in più. Se calcoliamo le percentuali sugli occupati totali del commercio al dettaglio (dunque anche ai più vulnerabili Cococo e partite Iva, che portano la cifra complessiva a 2 milioni e 37 mila persone), abbiamo un impatto sull'occupazione compreso fra i 143mila e i 183mila lavoratori.

È questo il beneficio della liberalizzazione che potrebbe, all'opposto, trasformarsi in perdita di posti di lavoro, se una nuova legge cancellasse la normativa vigente. Forse un Paese che ha un tasso di disoccupazione al 10,7 per cento non può permetterselo.

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