Politica
Dall’Australia alla Turchia: l’abitudine di Salvini di guardare all’estero
di Andrea Carli
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Lanciare un messaggio politico chiamando in causa le strategie promosse da altri paesi, che diventano modelli da imitare. È una prassi abbastanza abituale nel repertorio politico del vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini , uno dei due azionisti di maggioranza dell’esecutivo (l’altro è Luigi Di Maio , leader dei dei Cinque Stelle). L’Ungheria di Orbàn, la Federazione russa di Putin , l’Australia di Turnbull, la Turchia di Erdogan. I temi sono principalmente due: la politica interna - è il caso dei fondi sequestrati alla Lega, che hanno registrato il precedente turco - e quello dei migranti, visto quest’ultimo per le ripercussioni che questo capitolo ha sul piano della sicurezza.

Fondi Lega: in Turchia unica confisca a partito
La Turchia viene chiamata in causa dal segretario federale del Carroccio in due contesti diversi. Il primo, come “precedente” di sequestro di fondi preventivo a un partito politico. Il secondo come linea che l’Europa dovrebbe seguire nella gestione dei flussi migratori che premono dall’Africa. Dopo la recente sentenza del Riesame, che ha fatto scattare il semaforo verde per il sequestro di 49 milioni del Carroccio per rimborsi elettorali non dovuti dal 2008 al 2010, Salvini ha confidato: «Quello che sta subendo la Lega è un processo politico senza precedenti. Anzi, sì, uno c’è: è successo qualcosa del genere in Turchia, quando a un partito fu sequestrato tutto il patrimonio prima ancora della condanna e poi la stessa magistratura fu costretta a restituirglielo. Ricordo - ha aggiunto - che c’è un garante della Costituzione che deve far rispettare i diritti politici di 60 milioni di italiani». Ma l’esempio turco viene chiamato in causa da Salvini anche per convincere Bruxelles a mettere sul piatto risorse economiche per l’Africa, così da limitare gli arrivi in Europa. Il ministro si è detto convinto che si debba replicare con i paesi africani la strategia che la Commissione europea ha applicato per gestire il flusso di rifugiati dalla Siria: sei miliardi garantiti ad Ankara, nel 2016, affinché si facesse carico di queste persone. Una cifra analoga, secondo il ministro, dovrebbe essere destinata all’Africa.

Con Orbàn cambieremo le regole Ue
Ma il vero modello a cui Salvini fa spesso riferimento, soprattutto sotto il profilo delle politiche migratorie, è quello dell’Ungheria, e in particolare del premier Viktor Orban con cui, in occasione di un recente incontro a Milano, all’indomani della chiusura del caso Diciotti, il vicepremier ha lanciato una svolta sovranista per l’Europa del futuro, contro l’europeismo modello “classico” stile Macron. Il tutto a otto mesi dalle elezioni europee del maggio 2019. Salvini ha annunciato: con Orbàn cambieremo le regole Ue. I due concordano su alcuni punti, quali la chiusura dei confini terrestri e marittimi e i respingimenti di massa di tutti i migranti verso i Paesi di origine.

L’accordo con Russia Unita e la difesa dell’operazione in Crimea
Il leader leghista non ha mai nascosto le sue simpatie per il presidente della Federazione russa Vladimir Putin. Circa un anno fa è andato a Mosca per firmare a nome della Lega un accordo di cooperazione con il partito dello “zar” del Cremlino, Russia Unita. Il ministro dell’Interno ha anche confidato di considerare legittima l’aggressione della Crimea da parte delle forze filo russe. E ha sempre sottolineato l’opportunità di revocare le sanzioni che l’Unione europea ha fatto scattare nei confronti della Russia a seguito della crisi.

L’Australia? È il modello a cui voglio arrivare
Sempre in tema di politiche migratorie, un altro modello - oltre all’Ungheria - a cui Salvini fa riferimento è quello australiano. «Questo è il modello a cui voglio arrivare! Evviva la civile e seria Australia»: con queste parole il ministro ha commentato, qualche giorno fa, la notizia dell’arresto dei migranti a bordo della prima barca in quattro anni che è riuscita a raggiungere l’Australia dal Vietnam. Il mio obiettivo, ha spiegato, è il “No way” australiano. Nessun migrante soccorso in mare mette piede in Australia».

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