Politica
Festa dell’Unità, il senso di Fico per la sinistra
di Manuela Perrone
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Gli elementi di novità sono due. È la prima volta che un esponente dei Cinque Stelle partecipa, da ospite, alla Festa dell'Unità. Ed è la prima volta che uno dei “big” pentastellati, seppure nella veste istituzionale di presidente della Camera, accetta il confronto diretto con un avversario politico. Perché oggi alle 18.30 a Ravenna sul palco salgono insieme Roberto Fico e Graziano Delrio, ex ministro dei Trasporti oggi capogruppo Pd alla Camera.

L'antefatto è noto: l'invito dem era partito inizialmente anche alla volta di Luigi Di Maio, nel tentativo di ricucire dopo la chiusura di Matteo Renzi al dialogo sul contratto di governo (dialogo per la verità offerto dal M5S con molta meno convinzione di quello cercato con la Lega) e di sdoganare i pentastellati presso il popolo democratico. Un'operazione preventiva e tattica, in attesa di capire quale sarà il destino del governo gialloverde alla prova, se non della manovra d'autunno, delle elezioni europee di maggio 2019.

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Ma la partecipazione di Di Maio non è stata ritenuta opportuna. Il vicepremier si è andato sempre più ritagliando il ruolo di garante della fedeltà al contratto e quindi dell'alleanza con il Carroccio, da cui non ha finora mai preso le distanze, neanche nei momenti più difficili come il caso Diciotti e la gestione del dossier immigrazione. Il Pd, nella narrazione di Di Maio e dei suoi ministri, resta il nemico numero uno cui addossare tutte le responsabilità dei problemi del Paese. Vale per il disastro di Genova come per l'occupazione, la scuola, l'Ilva.

A chi è toccato mantenere viva la fiamma del Movimento che difendeva i diritti umani, l'orizzontalità contro la politica verticale e gerarchica, le lotte dure e pure per l'ambiente che si risolvono nel no Tav e nel no Tap? C'e un solo nome con cui si può rispondere, ed è Fico. Internamente è l'anti-Di Maio per eccellenza, che da terza carica dello Stato ora può permettersi di prendere le distanze dal suo leader senza il clamore che suscitava in passato. Esternamente è l'anti-Salvini, che non perde occasione di bacchettare. Come quando elogiava da Pozzallo il lavoro salva-vite della Guardia Costiera mentre il ministro dell'Interno ordinava la chiusura dei porti. O quando, all'indomani dell'incontro tra Salvini e Viktor Orbán, sentenziava: “Orbán è quanto di più distante possa esserci da me, come politica e come valori”.

Logico che Fico, già visto come “l'anima di sinistra” del M5S, sia diventato l'interlocutore sentito come più affine al Pd. Ma in questo amalgama post-ideologico in cui si è trasformato il sistema dei partiti, si rischia di scordare che forse invece Fico è il più distante dal Pd di oggi, quello renziano. Per quella sua radicale fede nella democrazia diretta come preferibile in futuro alla democrazia rappresentativa, idea che lo rende caro a Beppe Grillo e che stride con la carica istituzionale che riveste. Per la sua ostilità alle grandi opere, che invece i dem ritengono cruciali per lo sviluppo del Paese. Per le battaglie movimentiste, a partire da quella per l'acqua pubblica che porta avanti ancora da presidente della Camera.

Se dunque è più evidente il senso che Fico ha per la sinistra (rientrare in gioco se l'asse tra M5S e destra dovesse fallire), non è meno importante il senso che la sinistra ha per Fico: un'area politica che ha abdicato ai suoi valori. Un tradimento, visto incarnato in Renzi e vissuto come ancora più grave dell'intesa di governo con la Lega. È questo sentimento che fa del presidente della Camera - e dei parlamentari considerati a lui vicini, a cominciare dalla pattuglia dei campani come Paola Nugnes e Luigi Gallo - una figura preziosa per lo stesso Movimento: permette in astratto a quella fetta di elettori Pd che alle politiche ha votato M5S (dal 14 al 17% secondo i sondaggisti) di non abbandonare la nave. Di digerire bocconi anche amarissimi. Di perdonare, nell'attesa di un Cinque Stelle diverso, quello in cui confidavano apertamente Emiliano e Boccia, ma anche in maniera meno esplicita Franceschini e lo stesso reggente Martina. Al tempo stesso, la presenza e le parole di Fico mantengono accesa nei pentastellati la speranza di non essere fagocitati dalla Lega. Giocando sempre sulla propria identità liquida (”Né di destra né di sinistra) e contando sul fatto che in caso di eventuali abboccamenti futuri col Pd gli azionisti di maggioranza resterebbero loro.

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