Italia
A Venezia è il giorno di «The Sisters Brothers», curioso western firmato da Jacques Audiard
di Andrea Chimento
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Il genere western è di nuovo protagonista del concorso veneziano: dopo «The Ballad of Buster Scruggs» dei fratelli Coen, presentato qualche giorno fa, è arrivato il turno di «The Sisters Brothers», firmato dal francese Jacques Audiard.

I due “fratelli Sisters” del titolo sono interpretati da Joaquin Phoenix e John C. Reilly, che vestono i panni di due banditi del selvaggio west. Durante il loro viaggio a cavallo lasceranno una lunga scia di sangue e il loro legame verrà messo più volte alla prova.

Reduce dalla Palma d'oro vinta al Festival di Cannes nel 2015 per «Dheepan», Audiard firma un anomalo western che, più che sugli stilemi classici del genere, punta soprattutto la sua attenzione sul rapporto tra i due fratelli e sulle loro diversità.

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Il minore, Charlie, interpretato da Phoenix, sembra nato per uccidere, mentre il maggiore, Eli, sogna una vita normale, ma prima deve guardare le spalle al suo fratellino.

Audiard mescola i registri e alterna momenti leggeri ad altri più drammatici e malinconici, riuscendo efficacemente a emozionare in diversi passaggi, soprattutto verso la conclusione.
Più macchinosa e scolastica è invece la prima parte, che segue traiettorie piuttosto banali e già viste.
Buona prova del cast in cui, oltre ai due protagonisti, è presente anche Jake Gyllenhaal.
In concorso ha trovato spazio anche «What You Gonna Do When The World's On Fire?» di Roberto Minervini, secondo film firmato da un regista italiano (dopo Luca Guadagnino con «Suspiria») tra quelli in lizza per il Leone d'oro.
Da sempre abituato a documentare con la sua macchina da presa diverse aree degli Stati Uniti (si pensi al precedente «Louisiana»), Minervini si concentra questa volta su una comunità nera del Sud, raccontando i continui soprusi subiti dagli afroamericani.

Attraverso il suo stile abile nel mimetizzarsi completamente all'interno della comunità, Minervini firma un'opera capace di far riflettere sulla questione del razzismo ai giorni nostri (si parla anche delle rinate Black Panthers), optando tra l'altro per un elegante bianco e nero che rende ancora più incisiva la visione.
Peccato però che il progetto soffra di un'evidente ridondanza, tendendo troppo a ripetersi col passare dei minuti e non riuscendo sempre a colpire come potrebbe. Resta a ogni modo un film da vedere, capace di confermare il talento non comune del regista nato a Fermo nel 1970.

Infine, una menzione anche per «Frères ennemis» del francese David Oelhoffen, altro film presentato in concorso.
Ambientato in un quartiere malavitoso di Parigi, segue le vite di due uomini le cui esistenze tornano a intrecciarsi dopo un'infanzia condivisa: il primo è un narcotrafficante alle prese con un grosso affare, il secondo un poliziotto della narcotici.
Pellicola dall'impianto narrativo decisamente convenzionale, «Frères ennemis» ha dalla sua la solida messinscena di Oelhoffen, che gestisce bene i tempi di montaggio e sa come dirigere gli attori.

Purtroppo il copione non è all'altezza e tutto è facilmente prevedibile, ma ci si può accontentare grazie a una confezione di pregevole fattura. I due personaggi principali sono interpretati da Matthias Schoenaerts e Reda Kateb.

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