Politica Economica
Flessibilità Ue, ecco i margini per il Governo
di Dino Pesole
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I conti saranno definiti nel dettaglio non prima di fine settembre, con la Nota di aggiornamento al Def. E tuttavia la linea del governo appare chiara fin d’ora, anche se con diverse e non proprio secondarie sfumature tra la posizione dei due vice premier Luigi Di Maio e Matteo Salvini e quella del ministro dell’Economia, Giovanni Tria.

Tirate le somme, tra clausole Iva da disinnescare (12,4 miliardi), spese indifferibili da rifinanziare (3-4 miliardi) e correzione dei conti (10-11 miliardi comunque da contrattare) il margine teorico a disposizione per onorare i due punti di forza del “contratto di governo”, vale a dire Flat tax e reddito di cittadinanza, si riduce a zero.

Ecco allora emergere l’ipotesi che si vada diritti verso una richiesta massiccia di flessibilità a Bruxelles. Partita tutta da giocare e dagli esiti niente affatto scontati. Intanto, prima questione: di quale entità si tratta? Se si sommano flat tax a regime e reddito di cittadinanza, si sfiorano i 70 miliardi. È ipotizzabile che la Commissione europea ci conceda di sforare il deficit per 4 punti di Pil, il che porterebbe diritto l’Italia verso una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo?

Non è ipotizzabile. Al massimo si potranno tra Roma e Bruxelles valutare i costi annuali delle due riforme spalmati su un quinquennio, e valutare in che misura Flat tax e reddito di cittadinanza possano contribuire ad elevare il potenziale di crescita dell’economia. Si inciderebbe in tal modo nel calcolo dell’output gap, parametro fondamentale perché su di esso si calcola il deficit strutturale secondo la declinazione europea (al netto delle una tantum e delle variazioni del ciclo economico). Si potrebbe in sostanza ottenere un sconto nella riduzione del deficit strutturale (Bruxelles chiede di intervenire nel 2019 per lo 0,6% del Pil, pari appunto a 10-11 miliardi), a fronte dell’incremento del Pil atteso dalle due riforme.

Complicato stimarne l’effetto ex ante, ma si può provare. Da questo punto di vista non dovrebbero insorgere ostacoli, più per convenienza politica che per reale convinzione: non è nell’interesse di Bruxelles, in questa fase di complicata congiuntura determinata dalla questione migranti che sta mettendo a rischio anche il governo tradizionalmente più stabile, quello di Berlino, esasperare il confronto/scontro con Roma. Tuttavia, pur con queste premesse, non si può aprire il vaso di Pandora della flessibilità ad libitum. Insorgerebbero i paesi più rigoristi del nord, la stessa Germania e probabilmente la Francia e la Spagna non condividerebbero. Quindi flessibilità sì ma con gradualità e cautela.

Il che vuol dire – tradotto in cifre – che il deficit del 2019, al momento indicato attorno allo 0,8-0,9% del Pil, potrà salire forse di un punto aprendo così lo spazio alla neutralizzazione delle clausole Iva. Per il resto, occorrerà trovare coperture vere. Nel vertice di ieri tra il ministro per gli Affari europei Paolo Savona, i due vice premier e diversi altri ministri, la parola d’ordine è stata quella del “cambio di paradigma”. In poche parole le riforme fiscali che puntino ad aumentare il potere di acquisto di famiglie e imprese dovrebbero essere “scollegate” dal calcolo del deficit/pil. Al pari degli investimenti pubblici.

Il punto è che, espressa in questi termini, la questione si potrà certamente affrontare in sede politica e potrebbero anche aprirsi dei varchi, ma questa apertura non si tradurrebbe in azioni concrete e immediate. Per il motivo che per avviare una così profonda revisione della disciplina di bilancio europea i passaggi sono lunghi e tortuosi.

Con ogni probabilità si dovrebbe metter mano ai Trattati (a partire dal Fiscal Compact) che non prevede né la “golden rule” per gli investimenti né tanto meno l’esclusione dal calcolo del deficit delle risorse necessarie a finanziare Flat tax e reddito di cittadinanza (per declinare il tutto in chiave italiana). Tempi lunghissimi dunque.

Nell’immediato e per diversi anni l’unica strada percorribile è quella che porti, all’interno dell’attuale quadro di regole, a una lettura più flessibile dei parametri aprendo per questa via spazio a incrementi contenuti del deficit. Per gli investimenti la vera sfida non è ottenere spazi di manovra ma di mostrare effettiva capacità di spesa.

Peraltro della clausola investimenti l’Italia ha già fruito. Nel totale delle diverse clausole tra il 2015 e il 2018 la flessibilità concessa si avvicina a 30 miliardi. Il punto è che verificare come questi spazi di manovra siano stati utilizzati e come lo saranno negli anni a venire. Prima di tutto allora (pur in un quadro di rinnovata pressione in Europa perché si volti finalmente pagina), il vero problema è che le risorse per finanziare i punti qualificanti del programma vanno individuate in casa nostra. Come? Con un attento e progressivo programma di riqualificazione della spesa (con orizzonte di legislatura) e con una vera, incisiva lotta all’evasione fiscale. La cosiddetta “pace fiscale” va in questa direzione?

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