Italia
Il Patto per i giovani accelera la svolta 4.0
di Ilaria Vesentini

Sarà firmato entro un paio di settimane in Emilia-Romagna il nuovo Patto per i giovani, un progetto pilota nello scenario italiano, condiviso dai principali attori istituzionali, economici, sociali e accademici regionali. Un piano ambizioso, così come lo è stato nel 2015 il Patto per il lavoro, che ha già attivato 15 miliardi di investimenti, siglato dalla Giunta Bonaccini e da altri 50 stakeholder del territorio per dimezzare il tasso di disoccupazione (allora al 9%) facendo convergere tutte le azioni di accelerazione industriale, formazione, innovazione e infrastrutturazione verso l’unico obiettivo di nuova e buona occupazione. Ora è il turno del Patto per i giovani, appunto, che sotto l’ombrello della precedente intesa punta a creare opportunità per dare un futuro a quella fascia della popolazione incastrata tra i diritti e il benessere della generazione precedente e lo smantellamento di tutele e certezze dell’era digitale.

«Più informazione. Più formazione. Più mobilità. Più spazi. Più lavoro», recita il sottotitolo del documento che sta circolando tra le associazioni, da Confindustria alle Camere di Commercio, dai sindacati al terzo settore. È il piano lungimirante di una regione che nel 2015 usciva dall’apice della crisi e dal terremoto con un tasso di disoccupazione al 9%, un trend del Pil a +1,2% e l’export a +3,9% e che nel giro di tre anni si ritrova in cima alla classifica nazionale per dinamismo e competitività: Pil verso il +1,8%, export al +7% e tasso di disoccupazione in ulteriore discesa dopo il 6,5% registrato a fine 2017 (contro una media nazionale dell’11,2%). Percentuale che sale però al 16,2% per la fascia dei giovani tra i 15 e i 29 anni. E non basta il fatto che in Italia la stessa quota sia al 26,5% per rassicurare la squadra di viale Aldo Moro. Perché, seppure ci siano distretti, come la motor valley e la packaging valley, dove c’è piena occupazione e dove la carenza di profili tecnici con competenze meccatroniche-informatiche è tale da poter minacciare nel medio termine il dinamismo delle imprese, ci sono anche aree critiche e crisi in atto, dai rider senza tutele a storici marchi con centinaia di addetti al capolinea (Mercatone Uno, la ex Bredamenarinibus oggi Iia, la Demm sull’Appennino bolognese, la reggiana Tecno per citare i casi su cui il governatore ha appena sollecitato un intervento del nuovo Governo).

«La grande sfida è fare di questa regione il luogo ideale di vita e di lavoro per i giovani – spiega il presidente della Giunta, Stefano Bonaccini –. Quelli nati in Emilia-Romagna o altrove e attratti qui dalle opportunità che questo territorio ha saputo creare nel tempo. Siamo consapevoli che è anche una sfida demografica (gli over 65 sono oggi il 24% ma saranno il 31% tra 20 anni e la quota di stranieri, oggi al 12%,è prevista al 23%, ndr) con ricadute enormi sulla sostenibilità economica e sociale della nostra comunità. Tuttavia, la sfida che vogliamo cogliere è quella di essere una regione dei giovani e per i giovani. Per raggiungere questo obiettivo, abbiamo bisogno di un grande patto sociale che orienti tutte le politiche pubbliche e le strategie private. Un’intesa con la quale creare un ecosistema territoriale per i giovani, rafforzando la capacità dei Comuni di essere vicini ai loro problemi e capace di sostenere e incentivare le loro scelte di autonomia (dalla casa alla genitorialità, dai servizi per l’infanzia ai trasporti, fino alla formazione)».

Un patto, quindi, che intende rafforzare la partecipazione soprattutto della cosiddetta «Generazione Z», i nati tra il 1995 e il 2010, a ogni forma di “vivere sociale” e di cittadinanza attiva, alla base della resilienza di un territorio che compete con i Laender tedeschi quando si parla di industria, «ma offre salari del 50% più bassi ai neoassunti», rimarca Bonaccini. Un territorio che punta a iniettare le tecnologie digitali e i big data in ogni organizzazione pubblica e privata per fare rete, tagliare le inefficienze e creare opportunità non solo per gli investitori internazionali - oltre 2.400 le imprese multinazionali già insediate in regione - ma per i cervelli in fuga.

«L’Emilia-Romagna ha le carte in regola per diventare l’hub europeo della ricerca – sottolinea l’economista Patrizio Bianchi, assessore regionale alla Formazione, alla ricerca e al lavoro – e già oggi conta su una “Big data community” di oltre 1.800 ricercatori e sul 70 % della capacità di calcolo del Paese». L’arrivo, tra un anno, del data center del meteo europeo e del relativo indotto aprirà centinaia di posizioni di alto profilo. «Ma i problemi che il Patto per i giovani deve affrontare – aggiunge Bianchi – non sono solo quelli dei nuovi mestieri superqualificati, delle imprese 4.0, di orientare il vecchio modello produttivo verso i driver della digitalizzazione e dei big data. Bisogna anche portare tutti i giovani fuori dall’area di rischio del lavoro non tutelato (mestieri come rider, artisti, addetti a edilizia e logistica, ndr) lanciando anche un grande Patto per la sicurezza. Perché un’economia matura come la nostra cresce se investe sul valore aggiunto e quindi sulle persone». Questo significa seguire - e fin qui l’Emilia-Romagna ha già impegnato 435 milioni del Fondo sociale europeo 2014-20 su 2.844 progetti di orientamento, formazione e accompagnamento al lavoro - tutto il percorso di crescita dei giovani, partendo dalle scuole di base e dal nodo della dispersione scolastica fino ai superdottorati (58 quelli introdotti), «con un piano organico che “com-prenda”, cioè “prenda assieme”, tutti i pezzi della nostra economia – conclude Bianchi – dalle supercar della filiera meccanica alla gig economy, dall’agricoltura smart all’artigianato di tradizione».

12 GIUGNO 2018
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