Italia
Tre settori ad alta vocazione scientifica
di Francesca Cerati
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Bioplastica, terapia genica, produzione di farmaci. Sono tre esempi emblematici di come l'industria chimica, biotech e farmaceutica siano settori strategici che aprono nuove frontiere tecnologiche per l'economia e il benessere del nostro Paese. Una storia iniziata nel segno dell'eccellenza nel secolo scorso e che continua a dimostrare di essere protagonista, grazie anche a una elevata specializzazione che ci caratterizza. La conferma viene dai numeri e dal fatto che alla base del successo del made in Italy c'è sempre più un'innovazione “bio-chimica”.

Al terzo posto europeo nella chimica
In Italia la chimica realizza un valore della produzione pari a 55 miliardi di auro (anno 2017) confermandosi al terzo posto europeo, dopo Germania e Francia, con una quota sul valore della produzione pari al 10 per cento. Il settore impiega circa 107 mila addetti (172mila con la farmaceutica) altamente qualificati e si stima che a ogni addetto chimico corrispondano più di 2,5 posti di lavoro attivati negli altri comparti per un totale di oltre 350mila posti di lavoro collegati alla chimica. Con la presenza bilanciata di tre tipologie di attori: le imprese a capitale estero (38% del valore della produzione), i medio-grandi gruppi italiani (24%) e le Pmi (38%). E soprattutto è tra i comparti industriali italiani con la più alta incidenza di imprese innovative (61% contro 41% medio manifatturiero), come Eni e Novamont, impegnate sulla chimica sostenibile, o la Mapei fortemente innovatrice e globalizzata con 82 consociate presenti in 54 paesi. Anche la quota di fatturato settoriale riconducibile ad imprese innovative non solo è predominante (82% contro 72%) ma risulta in linea con la media europea e superiore a importanti produttori come Francia, Regno Unito e Paesi Bassi. L'Italia è seconda solo alla Germania per numero di imprese chimiche attive nella ricerca.
L'incidenza dell'export sul fatturato è aumentata di 14 punti percentuali in un decennio e il settore presenta – insieme alla farmaceutica – la quota più elevata di imprese esportatrici (56% contro una media manifatturiera del 22%).
Per Federchimica la principale sfida economica e sociale del futuro trova la sua sintesi nello sviluppo sostenibile, ossia un modello di crescita di lungo periodo rispettoso dell'ambiente e della salute, capace di garantire condizioni diffuse di benessere.

Secondi nella Ue sui farmaci
Anche il settore farmaceutico - industria che ha ormai duecento anni di vita - è riuscito a superare indenne gli ultimi anni di crisi economica finanziaria. E continua a essere uno dei settori trainanti l'economia del Paese: con un giro d'affari prossimo ai 30 miliardi di euro, la farmaceutica italiana è l'unico dei settori manifatturieri italiani ad aver chiuso il 2016 con livelli di attività superiori al 2007. La crescita, come ricorda il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi, sostenuta dall' espansione delle vendite all'estero, è diffusa a tutte le classi dimensionali e ha consentito all'Italia di posizionarsi stabilmente al secondo posto in Europa, dietro la Germania.

Al vertice della classifica delle aziende farmaceutiche a fatturato italiano si colloca la Menarini, azienda ormai multinazionale che lo scorso anno, secondo i dati di Farmindustria, ha fatturato 3,5 miliardi di euro. Seguono Chiesi (1,6 miliardi), Bracco (1,36 miliardi), Recordati (1,2 miliardi), Alfasigma (1 miliardo). Nella top ten si piazzano altre cinque aziende che, pur avendo fatturati inferiori rappresentano una realtà molto forte del comparto, e molte sono in rapida crescita, Angelini (850 milioni), Zambon (700 milioni), Italfarmaco (650 milioni), Kedrion (650 milioni), Dompé (260 milioni).

Complessivamente, in Italia sono oltre 200 le aziende farmaceutiche che producono farmaci e vaccini e che danno lavoro a 64mila persone, con una percentuale di laureati superiore a qualsiasi altro comparto produttivo. Solo in Ricerca & Sviluppo vengono investiti 2,6 miliardi l'anno e questa è la chiave di successo per resistere a una competizione internazionale che, oltre ad essere agguerrita, è sempre più qualificata.
Così, grazie a oltre un secolo di storia che l'Italia vanta in questo settore – basti ricordare che cosa sono state Montedison e Farmitalia – e agli investimenti in R&S, il nostro Paese è conosciuto nel mondo non solo per la cultura, la moda e l'alimentazione, ma anche per la capacità di fare ricerca e di produrre farmaci con elevati standard qualitativi. Solo un esempio: su sei terapie tecnologicamente avanzate, messe a punto in Europa, tre vengono prodotte in Italia.

Biotech eccellente
In tema di terapie innovative, le imprese sul territorio italiano che operano nel settore delle biotecnologie applicate alla salute dell'uomo sono 295. Quelle dedicate alla R&S biotech, che impegnano il 75% o più dei propri costi totali di ricerca in attività biotech, sono 183, di cui 161 a capitale italiano. Sono 314, invece, i progetti presenti nella pipeline italiana, di cui 80 circa in fase di discovery, 145 in fase di sviluppo preclinico e 90 in sviluppo clinico. Il biotech italiano - come sottolinea l'ultimo report presentato da Assobiotec in collaborazione con Enea – investe fortemente su quelle patologie che non trovano ancora risposte terapeutiche adeguate, come quelle in ambito oncologico, o di crescente rilievo clinico ed epidemiologico, anche in relazione al generale invecchiamento della popolazione, come le malattie neurologiche e degenerative. Grandi investimenti sono indirizzati anche verso le malattie infettive e lo sviluppo di vaccini.

Complessivamente in Italia sono attive 571 imprese biotech, che generano 11,5 miliardi di euro di fatturato e garantiscono un impiego a quasi 13mila addetti. Ma la maggior parte di queste imprese si occupano di biotecnologie applicate alla salute dell'uomo: le cosiddette “red biotech” valgono il 74% del fatturato totale (8,5 miliardi di euro), il 91% degli investimenti e la quota prevalente di addetti (76%) impiegati in Ricerca e Sviluppo.
Nel complesso, il numero di addetti (quasi 13mila) è cresciuto del 17% tra il 2014 e il 2016 nelle imprese dedicate alla R&S biotech a capitale italiano. Gli investimenti in R&S biotech superano i 760 milioni, con una crescita del 22 per cento.

Nel corso del 2016, il 72% delle imprese si è autofinanziata, oltre il 40% ha avuto accesso a grant, il 22% ha fatto ricorso al capitale di debito, mentre soltanto il 6% ha potuto accedere a finanziamenti di venture capital. Il settore, quindi, ha urgente bisogno di una strategia nazionale di medio-lungo periodo a favore di innovazione e ricerca, un piano fatto di misure stabili nel tempo e che preveda una governance certa, efficace e centralizzata: misure - come sottolinea Riccardo Palmisano, presidente di Assobiotec - che permetterebbero alle imprese di superare il limite di una dimensione spesso troppo piccola, ma anche di rendere più attrattivo il Paese per gli investimenti sia di capitale che industriali, garantendo ricadute potenzialmente importanti in termini di sviluppo economico, occupazione, crescita e competitività.
Nello scenario competitivo globale, il made in Italy dovrà quindi diventare sempre più tecnologico e puntare sempre più sull'innovazione di prodotto. Ciò potrà avvenire grazie a un'interazione sempre più intensa con la chimica, le biotecnologie e la ricerca farmacologica innovativa.

5 GIUGNO 2018
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