Italia
Il Paese in prima fila nella corsa Ue alle rinnovabili
di Jacopo Giliberto
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Era il 1965, il gasolio si chiamava nafta e lo usavano solamente i camion e i trattori; la benzina era divisa in due prodotti: la gialla (normale, numero di ottano 87) e la super (rossa, numero di ottano 95) i cui prezzi erano fissati per legge. La corrente elettrica si chiamava luce. Era prodotta solamente dalla neonata Enel, soprattutto dalle storiche grandi centrali idroelettriche: in quel 1965 le dighe produssero 43 miliardi di chilowattora mentre le centrali termoelettriche — tutte ancora nuove, lucide e alimentate con il petrolio — ne produssero 33.

L’acqua, per produrre energia, non bastava più. Gli italiani del boom economico compravano la lavatrice e il frigorifero, mentre l’anno precedente, in mezzo agli oliveti, Aldo Moro aveva tagliato il nastro inaugurale del Quarto siderurgico dell’Italsider, quello che poi sarebbe stato circondato dalle periferie operaie di Taranto e si sarebbe chiamato Ilva. Per soddisfare questa domanda si costruivano in fretta e furia le nuove centrali termoelettriche; avrebbero superato quelle idroelettriche due anni dopo, nel 1967, con una produzione di 48 miliardi di kWh.

Era il 1965 e l’Italia consumava — valori espressi in tonnellate equivalenti petrolio — 10,6 milioni di Tep di carbone, 6,3 milioni di metano, 12 milioni di elettricità e 52,3 milioni di tonnellate di petrolio. Il gas era marginale, si usava solamente per cucinare. In televisione, dopo il Carosello (con Gino Bramieri che propagandava una materia plastica appena inventata dagli italiani, il polipropilene, e il claim era «e mo’ e mo’ Moplen») il rotocalco Tv7 denunciava l’inquinamento osceno del fiume Lambro.

E oggi? Nel 2018 dall’Italia sono scomparsi i distributori Aral, Texaco, Chevron, Bp, Fina, Total, Shell, Mach (Monti Attilio Carburanti) ed Erg (Edoardo Raffinerie Garrone) mentre sono arrivati i motori ibridi e (rari) elettrici. Nella corrente elettrica il monopolio di legge dell’Enel di Stato è finito e al posto del monopolio c’è competizione tra i fornitori, grazie alla liberalizzazione del mercato. Le centrali costruite in fretta e furia negli anni 60 e 70 non servono più e il programma Futur-e ha già portato a vendere le prime quattro (o cinque, se si conta Porto Tolle, la cui procedura du cessione si sta completando) delle 23 centrali dismesse dall’Enel.

Oggi vengono dalla fonte termica “solo” 192 dei 300 miliardi di chilowattora consumati. Secondo il consuntivo 2017 dell’Enea, le rinnovabili sono il 19% dell’energia totale (più del 40% della sola elettricità), oltre l’obiettivo Ue del 17% al 2020 raggiunto dell’Italia già nel 2014. Merito anche degli incentivi generosi come il conto energia per il fotovoltaico, i quali hanno promosso le fonti rinnovabili di energia ma al tempo stesso hanno reso le tariffe elettriche per famiglie e imprese fra le più salate d’Europa. Così, le imprese hanno fatto di necessità virtù e — secondo la Fondazione Symbola — a parità di prodotto le imprese italiane consumano meno energia fra i cinque maggiori Paesi europei (con 13,7 Tep per milione di euro prodotto), dopo la Gran Bretagna, sbilanciata però sul terziario. E i produttori di energia? Il bouquet di aziende è di calibro internazionale, come l’Enel leader al mondo nelle rinnovabili, l’Eni nella ricerca, l’Edison nella diversificazione, Terna nella sostenibilità. Il futuro? È del vento, della geotermia, del biogas e di chi si costruisce la sua minicentrale solare sul tetto. Ma soprattutto è legato al raggiungimento dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’Onu 2030 per salvare il pianeta. Bisognerà attuare la Strategia nazionale di sviluppo sostenibile e la Strategia energetica nazionale, appena varate.

5 GIUGNO 2018
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