Politica
Governo M5S-Lega, per attuare il primo anno di contratto mancano 50 miliardi
di Marco Mobili e Gianni Trovati
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L’idea di «attivarsi in sede europea» per chiedere di scorporare dal calcolo del rapporto debito-Pil i titoli acquistati dalle banche dell’Eurosistema con il Qe non è sopravvissuta all’ultima notte prima del “voto” sulla piattaforma Rousseau, ed è scomparsa dal testo definitivo come aveva già fatto in settimana la «cancellazione» degli stessi titoli.

Il ricorso al deficit per «assicurare il finanziamento delle proposte oggetto del presente contratto», con un’altra modifica in extremis, si è trasformato da «adeguato» ad «appropriato e limitato».

Il ritorno «all’impostazione pre-Maastricht» si è diluito in un «ritorno all’impostazione delle origini», con un colpo di penna che si è portato via anche l’obiettivo di «diminuire le competenze dell’Ue», addolcito nell’intenzione di «vagliare» la divisione di compiti fra Stati nazionali e Unione «conformemente ai principi Ue di sussidiarietà e proporzionalità». Secondo alcune voci queste revisioni sarebbero anche frutto della «moral suasion» del Capo dello Stato.

Ma al di là delle modifiche di sostanza, o solo di linguaggio, restano due numeri complicati da mettere in fila se le prove di alleanza supereranno anche il test dei gazebo (ieri il sì dei 5 Stelle è stato del 94%) e soprattutto la prova del Quirinale. Sono le cifre del deficit, che resta la chiave di volta per il programma economico e per il suo impatto sulla dinamica del debito, e quelle dei tagli di spesa, chiamati a ridurre un po’ il tratto di strada messo a carico dell’indebitamento netto. Una sfida da 50 miliardi, che non rientrano sotto l’ombrello delle ipotesi di «copertura» immaginate dal contratto e che saranno da mettere a carico in larga parte della spending review se davvero il ricorso al deficit sarà «limitato».

Anche perché sui conti italiani continua a pendere la possibile richiesta (anche non immediata) di una manovra correttiva da 5 miliardi (3 decimi di Pil). «C’è un problema di risorse per fare le cose che stanno indicando», ha detto Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, precisando anche che, ad una prima lettura, il contratto Lega-M5S «sembra debole sulla questione industriale».

In politica quello fra numeri e parole è sempre un rapporto complicato, e il «contratto di governo» chiuso da M5 S e Lega è un documento politico e non una manovra di bilancio. Per tradurlo in pratica, se il governo riuscirà a partire, servono però decreti e leggi di bilancio, con tanto di «bollinatura» da parte della Ragioneria generale. E qui gli affari si complicano.

Il punto di partenza può essere rappresentato dalle due bandiere sventolate con più insistenza nelle campagne elettorali dei due partiti, la Flat Tax e il reddito di cittadinanza. Il passaggio contrattuale le ha un po’ modificate, ma restano queste le due promesse su cui si eserciterà il giudizio degli elettori.

Nell’ultimo testo, la Flat Tax è diventata una «Dual Tax», con una doppia aliquota (15 e 20%) sia per le persone sia per le imprese. Il costo definitivo dipenderà da molte variabili, e per ora, il riferimento obbligato è alle stime di costo intorno ai 50 miliardi elaborate dagli stessi proponenti. Per il reddito di cittadinanza, il numero chiave è invece rappresentato dallo stanziamento da 17 miliardi presente nelle bozze del contratto e poi stralciato dal testo finale, dove sono rimasti solo i due miliardi considerati necessari per affrontare il capitolo iniziale, la riforma dei centri per l’impiego.

Lo «stop legge Fornero», titolo del capitolo previdenziale del contratto, chiede 5 miliardi iniziali per quota 100 e anzianità dopo 41 anni, sale vicino ai 9 con la «pensione di cittadinanza» e soprattutto cresce nel tempo (si veda la pagina a fianco). Sicuri e certificati sono poi i 12,4 miliardi indispensabili per bloccare gli aumenti dell’Iva dal 2019, come ribadisce il testo finale del contratto sancendo un impegno che sul 2020 vale invece 19,1 miliardi (e 19,5 sul 2021). Ma nel mirino dell’accordo ci sono anche le accise «anacronistiche», nate con le guerre coloniali o i terremoti degli anni ’70-’80. Valore: 20 centesimi al litro, cioè il 30% delle accise totali, quindi sei miliardi all’anno di perdita di gettito. E un impegno ancora più importante per i conti pubblici potrebbe arrivare dalla chiusura di bar e aree di servizio al gioco d’azzardo e dalla «strategia d’uscita dal machines gambling», che secondo stime degli operatori del settore potrebbe tagliare dal gettito annuale una fetta tra i 5 e i 7 miliardi . A chiudere il quadro c’è poi il piano di rilancio degli investimenti pubblici, che secondo l’Osservatorio dei conti pubblici della Cattolica diretto da Carlo Cottarelli vale intorno ai 6 miliardi.

E le entrate? Qui arrivano i problemi, al di là della stima targata Cottarelli che contempla solo poche centinaia di milioni dai tagli di costi della politica e pensioni d’oro. Nel contratto ha però trovato spazio la maxi-rottamazione delle cartelle arretrate, la «pace fiscale», che promette entrate a due cifre, sempre difficili da quantificare. I calcoli targati Lega puntano fino a 60 miliardi, ma partono da una base di arretrati di oltre 800 miliardi. Di questi, ribatte però la Corte dei conti, nel “magazzino” della riscossione restano solo 51 miliardi aggredibili, che con un’aliquota del 25% (la più alta prevista dal progetto) produrrebbero poco meno di 13 miliardi. Sono rimasti confinati agli annunci i tagli alle «agevolazioni fiscali» (si è parlato in almeno 16 miliardi). Se si tirano le somme si arriva al massimo a 41,5 miliardi.

Fin qui le intenzioni che possono essere accoppiate a dei numeri, anche se con gradi variabili di attendibilità. Ma nelle 58 pagine del contratto si susseguono tante altre promesse di interventi, dagli investimenti pubblici nell’acqua (al settore servono 5 miliardi all’anno secondo Utilitalia) alle assunzioni di Forze dell’ordine e sicurezza fino all’ampliamento della no tax area per gli studenti universitari. Su questi temi le cifre finora restano nascoste, perché dipendono dalla portata e dalle modalità di attuazione: ma prima della Gazzetta Ufficiale devono emergere.

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