Politica
Dalla Sardegna alle comunali a Siena: quando il M5s non ha presentato la lista
di Andrea Gagliardi e Andrea Marini
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I casi recenti di Vicenza , Siena e Spoleto in occasione delle comunali del 10 giugno non sono i primi. Dalle regionali in Sardegna nel 2014 alle comunali nel savonese del 2017 a quelle a Varese e Rimini nel 2016, sono numerosi gli episodi in cui i vertici del M5s hanno deciso di non presentare la lista in occasione di elezioni amministrative, dopo la mancata certificazione del simbolo per dissidi interni non componibili.

Le Regionali in Sardegna
Il primo e più famoso caso è quello delle regionali in Sardegna del febbraio 2014. Apparsi divisi sin dalla prima ora, i “grillini” sardi non ebbero il via libera per l’uso del simbolo dallo staff di Beppe Grillo. «Le liste presentate erano in profondo disaccordo tra loro e questa situazione - spiegò sul suo blog il leader del Movimento - perdurava da mesi nonostante i numerosi tentativi proposti di trovare una composizione. Il M5S non è a caccia di poltrone e la partecipazione a una competizione regionale non è obbligatoria», chiarì il fondatore del M5s. Una decisione risultata tanto più clamorosa perché alle politiche dell’anno prima il Movimento sull’isola aveva avuto un exploit, primo partito con il 29,7% (un risultato per la cronaca confermato e rafforzato alle politiche del 2018: primo partito con il 42,5%).

Niente lista a Varese e a Rimini
Una serie di disaccordi tra gli attivisti portarono alla rinuncia alla corsa alle elezioni Comunali anche a Varese in occasione delle comunali del giugno 2016. In quell’occasione si erano presentati due candidati sindaci con proprie liste, entrambe formate da esponenti locali del M5s: Alberto Steidl, in passato nominato attraverso le consultazioni online del movimento, e Francesco Cammarata, consigliere comunale uscente del M5s. Ma nessuna delle liste ottenne la certificazione da parte dei leader del M5s. Nessuna lista certificata e perciò riconducibile ai Cinquestelle neanche alle comunali di Rimini del giugno 2016.


Nel savonese forfait nel 2017
Il MoVimento 5 stelle non partecipò neppure alle amministrative nel giugno 2017 nei sei comuni (Cairo Montenotte, Borghetto Santo Spirito, Boissano, Altare, Calizzano e Giusvalla) al voto in provincia di Savona. Uno scenario difficilmente ipotizzabile dopo che l’anno prima il M5s era stato il primo partito a Savona, dove aveva ottenuto oltre il 25%, pur senza arrivare al ballottaggio. In molti avevano visto in quel risultato un preludio a possibili vittorie alle successive amministrative, almeno in alcuni Comuni: invece niente da fare.

Il caso Vicenza
Ma è chiaro che i casi più clamorosi sono quelli recenti di Siena e Vicenza. Il candidato sindaco M5S, l’avvocato Francesco Di Bartolo, assieme ai 32 candidati consiglieri comunali, non hanno ricevuto dai vertici nazionali l’autorizzazione a utilizzare il simbolo e quindi la certificazione necessaria per presentare le liste. Ora il 22,3% preso dal movimento in città alle politiche del 4 marzo fa gola soprattutto alla Lega. Il Carroccio alle politiche è risultato il partito più votato (25,8%, più che doppiata Fi, con il 10,2%) e spera, anche alla luce delle convergenze a livello nazionale, di capitalizzare l’assenza dei 5 stelle. Anche perché alle politiche il centrosinistra si è fermato in città al 27,3% (senza il 4% di Liberi e Uguali) contro il 53,4% preso da Variati 5 anni fa.

Nonostante la campagna su Mps, M5s lascia Siena
Discorso simile a Siena. Era il 23 maggio 2013 quando, per le passate amministrative, Beppe Grillo chiuse la campagna elettorale del candidato a sindaco di Siena M5s con il suo 'Tutti a Casa' tour. In città, Grillo era tornato nell’aprile 2014, in occasione di un’assemblea di Mps, per tuonare su banche, elezioni, sistema economico e lobby politiche. Eppure al voto del 10 giugno il Movimento non avrà una sua lista e un suo candidato sindaco nella corsa per Palazzo Pubblico, in una città dove pure il Movimento alle politiche aveva raccolto il 19,4%. Niente certificazione all lista e al candidato sindaco Luca Furiozzi, che in «mancanza di motivazione sulla nostra esclusione» ha avanzato il dubbio di una «decisione puramente politica». Il dubbio che aleggia è quello di un possibile patto di desistenza con la Lega e il centrodestra. Alle politiche il centrosinistra (che schierava all'uninominale il ministro Padoan) ha raccolto il 38,3% (mentre Leu si è fermato al 4,2%) contro il 31,5% del centrodestra.

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