Italia
Quella barriera di riservatezza che si traduce in diritto
di Antonello Cherchi
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Più di vent’anni fa, quando in Italia, sull’onda della direttiva europea, fece capolino la prima legislazione in materia di privacy, la materia era talmente nuova che qualcuno si soffermava a disquisire sul modo in cui pronunciare quella parola che fino ad allora compariva soprattutto nei dibattiti tra esperti. Si doveva adottare la dizione inglese o quella americana?

Oggi non ci si fa più caso. Negli anni la privacy è diventata questione più di sostanza che di forma. Il caso Cambridge Analytica lo sta a dimostrare. Ma ancora prima di questo scandalo internazionale, il tema della riservatezza è riuscito a farsi strada nei comportamenti collettivi grazie ai richiami all’attenzione sull’uso dei dati personali che le regole di oltre vent’anni fa hanno pian piano instillato. Le distanze di cortesia, le precauzioni nella diffusione delle informazioni sanitarie (e, in genere, di tutte quelle sensibili), il dovere di informare preventivamente chi mette a disposizione i propri dati e di chiederne il consenso per gestirli, sono atteggiamenti che discendono tutti da quell’unica matrice europea, poi declinata da ciascun legislatore nazionale.

Con il regolamento Gdpr che diventerà operativo il 25 maggio prossimo finisce l’epoca pionieristica della tutela dei dati personali. E termina la frammentazione normativa: nella Ue si farà riferimento a un unico impianto legislativo. Lo impone l’incessante evoluzione tecnologica, che prosegue a ritmi serrati infischiandosene dei confini nazionali. Privacy by design, accountability, data breach, portabilità dei dati, data protection officer: queste sono le parole d’ordine della nuova riservatezza.

Dalla pubblica amministrazione al settore privato, il nuovo sistema vuole accrescere la consapevolezza del valore dei dati personali e della loro protezione. C’è, però, un’accortezza che spetta a ciascuno di noi e rispetto alla quale il regolamento Ue può funzionare solo da innesco: prestare molta più attenzione ai nostri dati, evitando, per esempio, di “barattarli” per una app che non ci dà garanzie sul modo in cui verranno utilizzati. Ancora di più dobbiamo diventare “Garanti” di noi stessi.

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