Sport
A lezione da Pienaar, il rugbysta che con Mandela creò la Rainbow Nation
di Giacomo Bagnasco
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Che pomeriggio, per i ragazzini del Parco Sempione Rugby. E per gli appassionati dell'ovale di ogni età che si sono trovati a tu per tu con Francois Pienaar. Il capitano del Sudafrica campione del mondo 1995 è un personaggio storico a tutto tondo, che ha fatto tappa all'Arena di Milano in attesa di partecipare al Salone del Risparmio in programma oggi. Come testimonial di Investec Asset Management, società di risparmio gestito nata in Sudafrica e attiva ora su tutti i mercati più importanti, al punto di gestire oltre 140 miliardi di dollari Usa per clienti terzi.

Cinquantun anni più che ben portati, consegnato alla fama non solo e non tanto per quel grande successo sportivo bensì per l'intesa che si stabilì tra lui e Madiba (il nome con cui i sudafricani neri identificavano Mandela). L'incontro fra i due fu la scintilla che fece partire un percorso di coesistenza meno problematica, se non di pacificazione, tra i Bianchi legati al rugby da vincoli strettissimi e i Neri che nel rugby vedevano un simbolo di oppressione. Il tutto è raccontato, tra l'altro, nel film “Invictus”, diretto da Clint Eastwood e interpretato da Morgan Freeman e Matt Damon.

Nel 1995 il Sudafrica era appena uscito dall'apartheid, ragion per cui era stato riammesso sulla scena sportiva internazionale. E subito ospitò la Coppa del Mondo di rugby, finendo per vincerla a dispetto dei pronostici favorevoli alla Nuova Zelanda che presentava all'universo intero il fenomeno Jonah Lomu. Per la finale di Johannesburg Mandela indossò la maglia verde oro degli Springboks sudafricani e sulla schiena volle il numero 6, quello del capitano. A quel punto il mezzo miracolo era già compiuto: anche i neri sostenevano la squadra, divenuta per volere del presidente del Sudafrica il team di tutta la Rainbow Nation, ovvero della Nazione Arcobaleno. «Fu incredibile vederlo con quella maglia - ricorda Pienaar - una grande emozione. Alla fine lui mi ringraziò per la vittoria e io lo ringraziai per quello che aveva fatto per il nostro Paese. Avrei potuto dire o fare qualcos'altro? Ripensandoci, sì: avrei potuto abbracciarlo».

«La vita della nazione effettivamente cambiò - continua l'ex flanker, due lauree in legge e un'attività nel campo dei diritti tv legati allo sport -. Fino ad allora fa i neri sudafricani non sostenevano il rugby e la Nazionale. Noi avevamo un Mondiale in casa e non sapevamo come l'avrebbe presa una parte della popolazione, non sapevamo che cosa sarebbe successo in quelle sei settimane. Era un evento nuovo, niente a che vedere con l'esperienza di altri Paesi, per esempio dell'Italia che può essere divisa sulla politica ma sostiene unita la Nazionale di calcio. Mandela capì quanto era importante il rugby per la comunità bianca, fu fondamentale la sua volontà per non togliere dalle maglie il simbolo dello Springbok (un tipo di antilope, ndr). Lui si è guadagnato il rispetto dei bianchi, le partite cominciarono a essere seguite da tutti e io ancora adesso incontro tanti neri che mi parlano di quei giorni, di quella Coppa del Mondo».

E il rugby di oggi? «È totalmente diverso. Basti dire che fino a quei Mondiali ci alzavamo alle 4 del mattino per andare in palestra e poi c'era chi lavorava e chi studiava. Eravamo dilettanti in tutto e per tutto, pur giocando davanti a 60mila persone. Il rugby sudafricano di oggi non sta attraversando un buon periodo, l'allenatore è cambiato da poco e io penso che ci manchi una squadra di club dominante, capace di fornire l'ossatura della Nazionale. L'Italia? Deve lavorare, qui vedo tanti bambini e di sicuro più giovani cominciano a giocare migliore sarà il movimento in futuro».

Gianluca Maione, country head Italia di Investec AM, spiega così la presenza di Pienaar in Italia: «È un modo per sottolineare la nostra diversità rispetto ad altri asset manager. Differenze di storia e di cultura che caratterizzano anche il nostro punto di vita su come fare investimenti. Se volessimo adeguarci agli altri player (principalmente anglosassoni, francesi, tedeschi) saremmo in ritardo, visto che siamo in Italia da pochi anni. Francois è l'emblema della nostra differenza. Viene dal Sudafrica, il Paese che ha visto nascere Investec, la cui sede principale ora è a Londra. E rappresenta il rugby, uno sport outsider per gli italiani, alternativo al mainstream costituito dal calcio».

Per lo sport ovale Investec è anche uno sponsor importante, coprendo le due competizioni più importanti dell'emisfero Sud, vale a dire il Championship (tra le Nazionali di Nuova Zelanda, Australia, Sudafrica e Argentina) e il Super XV (tra le migliori selezioni territoriali neozelandesi, australiane e sudafricane, oltre a una rappresentativa argentina e una giapponese, “intrusa” dal Nord).

Intanto la visita di Pienaar all'Arena continua. Con la scoperta che su questa pista Marcello Fiasconaro, di origini e cittadinanza italiana ma di nascita e formazione sudafricana, stabilì il record mondiale degli 800 nel 1973 («Proprio qui? Non lo sapevo, per noi è un eroe, mi viene la pelle d'oca»). E con il discorso ai bambini, già soddisfatti per quanto riguarda selfie e autografi: «Vi raccomando di divertirvi e di non prendere tutto troppo sul serio, perché rischiereste di togliere, anziché aggiungere, qualcosa al vostro talento. Nelson Mandela ha detto che lo sport ha il potere di cambiare il mondo e di unire le persone come poche altre cose riescono a fare. È vero». Il finale è semiserio: «Lo sport può portare speranza dove c'è disperazione e tutti possono capire il suo linguaggio. Ad esempio, io posso capire come vi sentite voi italiani per essere rimasti fuori dai Mondiali di calcio e voi potete capire come mi sono sentito io un anno e mezzo fa, quando gli Azzurri del rugby hanno battuto il Sudafrica».

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