Italia
La famiglia Papalia dalla Platì del Nord al Sud della Svizzera
di Roberto Galullo e Angelo Mincuzzi
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Leggia è un pugno di case in Val Mesolcina, sulla sponda destra del fiume Moesa. Quella fetta del Cantone dei Grigioni svizzeri è talmente piccola e sperduta che, se fino alla fine del 2016 era un Comune autonomo, dal 1° gennaio 2017 è diventata una frazione di Grono, che in tutto ha poco più di mille anime.
Visto che la storia va raccontata tutta, è bene dire, come abbiamo letto e visto nelle prime due tappe di questa inchiesta, che anche a Grono ci sono più società che persone e che moltissime imprese (cosiddette “buca lettera”) esistono solo sulla carta.

Molte di loro lo fanno per dichiarare fallimento, altre per assicurarsi il welfare erogato dalla Confederazione svizzera grazie agli assegni di disoccupazione, altre ancora per sfuggire ai controlli, se pur non particolarmente penetranti, che esistono in Canton Ticino e altre ancora, soprattutto le fiduciarie, per motivi ancor meno comprensibili, spesso nell'ombra o in fuga da clienti (quasi tutti italiani) truffati o traditi.

C'è poi, ovviamente, la quota parte di imprese, ditte e società che operano onestamente. Aprire una società nei Grigioni non è certo un reato, come nel caso di Rosanna Papalia che, tra quel pugno di case a 2.500 metri sul livello del mare, assediate d'inverno dalla neve alta e da pochissime ore di luce, si è arrampicata anni fa. È la figlia del boss di ‘ndrangheta Rocco Papalia, che a metà degli anni Settanta tentò e riuscì un'altra arrampicata: dall'aspromontana Platì (Reggio Calabria) giunse alle porte di Milano, si insediò a Buccinasco e li costruì il suo regno condiviso soprattutto con altre due famiglie che gli inquirenti inseriscono nella mafia calabrese, Barbaro (ancora oggi al centro di vicende giudiziarie) e Sergi.

Il boss sessantottenne, che oggi chiede solo di essere dimenticato ma le cui gesta criminali sono tenute vive e vegete come monito, coscienza, conoscenza e memoria per la cittadinanza dal sindaco di Buccinasco Rino Pruiti, è stato rilasciato dal carcere di Secondigliano (Napoli) il 5 maggio 2017. Era entrato in quello di San Vittore (Milano) il 19 settembre 1992 per omicidio e associazione a delinquere. Appena uscito è tornato a Buccinasco. «Non è un caso – afferma Pruiti al Sole-24 Ore – che tutti vogliano restare sul posto anche quando avrebbero la possibilità di lasciare Buccinasco o le vicine Trezzano sul Naviglio, Assago e Corsico. Rimangono silenziosamente, rispetto alla violenza di un tempo, per affermare comunque il loro potere. Rocco Papalia, dal suo rientro, è considerato di nuovo un punto di riferimento per il suo mondo».

La figlia in Mesolcina
Raggiunto al telefono della moglie, Rocco Papalia giura al Sole-24 Ore di non aver mai messo piede in Svizzera in vita sua e di non sapere assolutamente nulla degli affari nei Grigioni della figlia 38enne. «Se riuscirete a dimostrare che ho anche un solo centesimo in Svizzera – ripete un paio di volte – vi regalo tutto o lo date in beneficienza. A me hanno requisito tutto nel 1993». E giù a ricordare che lui vive grazie al bar che gestisce la moglie a Milano, registrato il 14 novembre 2011 e di cui è socia la figlia Serafina Papalia. «Viviamo alla giornata», dice.

Le tappe della figlia Rosanna in questa parte di Svizzera, nella quale trova alloggio chi vuole vivere lontano dai riflettori e guardare da vicinissimo la Lombardia, sono state due. Dapprima, il 25 febbraio 2016 proprio a Grono, dove il Registro del commercio annota la società “Il segreto del gelato sagl”, società anonima con garanzia limitata, con azionista - oltre a Rosanna Papalia - il ventiquattrenne Rocco Sergi da Platì e lì residente.

Sergi, a Milano, è socio (amministratore) di Al peperoncino snc, costituita il 13 novembre 2012. L'oggetto sociale è l'esercizio, conduzione e gestione di ristoranti, pizzerie, trattorie, tavole calde e fredde, bar, gelaterie, pasticcerie, enoteche e pub.

Rosanna, riportano gli atti ufficiali del Registro del commercio dei Grigioni, viene segnalata invece come residente a Bissone, comune svizzero del Canton Ticino di 905 abitanti. Il Sole-24 Ore ha contattato l'ufficio del controllo degli abitanti del Municipio di Bissone (equivalente all'anagrafe dei municipi italiani) per sapere se Rosanna Papalia risieda ancora lì, ma il regolamento del Comune non consente di rilasciare alcuna informazione a terzi. E quindi non è stato possibile appurarlo né chiederlo alla diretta interessata.

Il Sole-24 Ore, dopo aver chiesto invano alla famiglia Papalia di potersi mettere in contatto con Rosanna o con i suoi legali, l'ha cercata direttamente a Bissone, a pochi chilometri da Campione, enclave italiana in Svizzera famosa per il suo casinò. Vani i tentativi di reperirla nella splendida villa con piscina e parco a poche centinaia di metri dal lago di Lugano. Sulla cassetta postale ancora compaiono, seppur sbiaditi, il suo cognome e quello del marito, Pangallo, che però non abita più lì da tempo.

Il Sole-24 Ore avrebbe voluto chiedere a Rosanna Papalia il motivo per il quale si è arrampicata fino a Grono e quali fossero e se esistessero altre attività riconducibili a lei o al marito in Svizzera o altrove. E magari avremmo voluto chiedere se fosse vero che la società di gelati (come vedremo) è chiusa e, nonostante questo, se lei risiede ancora a Bissone e come vive, visto che apparentemente non svolge più alcuna attività. Intanto, però, una ragione per la quale Rosanna Papalia si è inerpicata tra i Grigioni, la indica il padre: «Si è rifugiata lì perché in Italia non stava bene neanche suo marito, che solo perché è il genero di Rocco Papalia doveva essere responsabile di qualcosa».

La società di gelati
La sede della società ”Il segreto del gelato Sagl”, aperta con un capitale sociale di 20mila franchi, dal 31 gennaio 2017 si è trasferita a Leggia, in una palazzina beige ospitata in una stradina dove si arriva a malapena in moto. O in motoslitta. Nella ragione sociale si legge che si occupa di «import, export, produzione, commercio e distribuzione di gelati, pasticceria, alimentari, bibite analcoliche e no e caffè». Insomma, la classica attività di un bar. Ma, scorrendo sempre nella ragione sociale, si scopre che si occupa anche di «gestione di imprese nel campo della ristorazione e alberghiero».

A Leggia, che non conta neppure 138 abitanti, pare che nessuno abbia mai visto la donna. La polizia cantonale conferma che «Rosanna Papalia non è certo qui in Val Moesa». I vicini non sanno neppure chi sia e la memoria storica del borgo, un anziano che abita a meno di 200 metri dalla sede, strabuzza gli occhi quando facciamo presente nome e attività che, in questo angolo di mondo, dove il ghiaccio è la regola per moltissimi mesi all'anno, viene vista come un paradosso. In effetti vendere gelati da queste parti è come distribuire neve agli eschimesi.

Accolti e poi cacciati
Nell'edificio anonimo di Leggia il Sole-24 Ore ha provato a chiedere informazioni sulla società e sulla eventuale presenza di Rosanna Papalia. L'invito a entrare è stato caldo e cortese, tanto quanto, subito dopo le presentazioni di rito con due dipendenti che non sapevano se e cosa rispondere, l'accompagnamento all'uscio per abbandonare immediatamente l'edificio. I tentativi di sapere se la società di Rosanna Papalia è li e se lei si è mai fatta vedere sono stati bruscamente interrotti da una signora che ha invitato gli inviati del Sole-24 Ore a non disturbare chi lavora, non prima di ribadire che lei non è autorizzata neppure a dire chi sono i suoi vicini. Figuriamoci i nomi della società.

Qualcosa in più, al telefono, ha raccontato proprio il padre, Rocco Papalia, che si è lasciato sfuggire che la figlia non ha più l'attività in Svizzera. E nemmeno il marito, Giuseppe Pangallo, vive più lì. «Mia figlia è stata costretta a chiudere e anche il marito è stato espulso – afferma il boss – come ospite non desiderato, solo perché è il genero di Rocco Papalia. Questo non lo so se è corretto o non è corretto ». Un refrain già sentito. In effetti, il genero vive (o, chissà, viveva) sulla sponda italiana del lago di Como, a Menaggio.

La gelateria a Morcote
In Val Moesa c'è o forse è meglio dire c'era la sede – perché forte è, appunto, il sospetto che la società non sia più attiva – ma l'attività vera e propria è (o era) altrove, a Morcote, 757 abitanti nel distretto di Lugano. Proprio sul lungolago, in piazzetta dei Fossati 1, si affaccia “La Golosia”, un locale che ora ha solo una serranda abbassata e una finestra socchiusa.

Basta camminare 50 metri più avanti per capire che la chiusura definitiva è molto più che un sospetto. Un ristoratore croato da 25 anni in Svizzera dice infatti che la signora non si vede da qualche mese. Era gentile, dice, anche se di lei e della sua famiglia non sa nulla. «Mi domando – aggiunge dubbioso – come si possa campare vendendo gelati massimo per due mesi all'anno. Erano anche buoni ma non si può resistere a lungo anche perché a vendere gelati qui non era la sola».

Ed in effetti Rosanna Papalia potrebbe aver sì dismesso l'attività ma continua a vivere in Svizzera e ad accompagnare regolarmente i figli a scuola, come ricorda il padre.

La famiglia “svizzera” allargata
A Bissone, come documentato, fino al divieto di ingresso come ospite non desiderato, secondo le parole del suocero, viveva anche Giuseppe Pangallo, che in Calabria, e per la precisione Platì dove è nato 38 ani fa, aveva l'omonima impresa individuale cancellata il 21 aprile 2010. I suoi interessi si sono poi spostati, anche per lui, in Lombardia, dapprima con la Scavi movimento terra sas a Buccinasco, cancellata il 28 marzo 2001 dal registro delle imprese e poi con la Edil garden di Milano, anch'essa cancellata il 5 gennaio 2017 e specializzata in lavori di giardinaggio e piccoli lavori di edilizia.

La reazione della politica dei Grigioni
Il granconsigliere supplente per il circolo del Mesocco Hans Peter Wellig il 13 giugno 2017 ha presentato al Consiglio di Stato grigionese, che ha risposto il 30 agosto dello stesso anno, un'interpellanza sull'escalation nel Moesano di società di vario genere attive nei più svariati settori.

L'interpellanza è stata presentata ad una settimana dall'inchiesta del collega Cesare Giuzzi del Corriere della Sera proprio sulla presenza della famiglia Papalia nei Grigioni. La querela per diffamazione a mezzo stampa presentata dalla famiglia di Platì, come conferma al Sole-24 Ore lo stesso avvocato di Rocco Papalia, Ambra Giovene del Foro di Roma, è stata rapidamente archiviata dal Tribunale di Milano. Nell'interpellanza di Wellig non compare mai la parola “mafia”. Il granconsigliere resta sul generico riferimento ad «ambiti non del tutto chiari».

«La normale condizione del mercato non è sicuramente il motivo di questo proliferare – si legge nel testo dell'interpellanza – ma tale crescita va attribuita al fatto che, contrariamente al vicino Cantone Ticino, nel Cantone dei Grigioni non vigono normative che frenano la creazione e l'attività di queste società che sovente operano in ambiti non del tutto chiari (...) Il Moesano è diventato un “Eldorado” per società “buca lettera” che non contribuiscono assolutamente all'economia regionale, ma che anzi la condizionano negativamente (...)».

Molto meno diplomatico fu, lo stesso giorno della presentazione dell'interpellanza, l'ex commissario della polizia cantonale ticinese Fausto “Tato” Cattaneo, noto per le indagini sotto copertura negli ambienti del narcotraffico. Intervistato dalla trasmissione “Falò” della Radiotelevisione svizzera italiana (Rsi), disse che «leggendo i nomi di Rosanna Papalia e Rocco Sergi, e la provenienza da Platì, l'epicentro della mafia calabrese, avrei capito al volo che qualcosa non andava. Non è solo un campanello di allarme che doveva suonare: dovevano suonare anche le campane! Posso dire in tutta franchezza e con dati alla mano che per quanto riguarda il Moesano il fenomeno è preoccupante: c'è gente che ha messo in piedi società di comodo e diversi componenti di società sono pregiudicati o già implicati in inchieste tremende. Molte società costituite in Mesolcina sono state create per coprire malefatte: riciclaggio di denaro in modo particolare».

La Procura pubblica grigionese, interpellata dalla stessa Rsi, comunicò che non esistono inchieste o incarti aperti contro le persone o le aziende menzionate nell'intervista della tv a Cattaneo. Quindi, in Svizzera come del resto in Italia, Rosanna Papalia è incensurata e mai attinta da indagini.

Il 10 ottobre 2017, come scrive sul suo sito internet la Radiotelevisione svizzera italiana, il procuratore pubblico ticinese Arturo Garzoni ha decretato un non luogo a procedere dopo la querela sporta per diffamazione (subordinatamente calunnia) dalla figlia di Rocco Papalia e della sua società domiciliata a Leggia contro l'Rsi e contro l'ex commissario Cattaneo. Riprendendo l'inchiesta del Corriere della Sera, Cattaneo e la Rsi avevano infatti sollevato dubbi su alcune presenze in Mesolcina e in Ticino.

Il procuratore pubblico rilevò che il servizio televisivo intitolato “Sospetti di 'ndrangheta a Leggia” non è lesivo dell'onore, poiché «le querelanti non vengono accusate di far parte di una cosca mafiosa oppure di compiere atti di riciclaggio di denaro sporco». Quanto all'accostamento del nome della querelante (e del suo socio) a cosche originarie di Platì, il procuratore rileva che: «Dopotutto questa è la realtà dei fatti». Si tratta di «cognomi che appartengono a persone incontestabilmente legate a cosche mafiose» radicate nel nord Italia. «L'argomento trattato è indiscutibilmente di interesse pubblico – si legge ancora nel decreto di non luogo a procedere – tant'è che la problematica delle società buca lettere e di eventuali loro legami con organizzazioni criminali è stata addirittura oggetto di un atto parlamentare nel Canton Grigioni». E qui il riferimento è proprio all'interpellanza di Wellig.

La Corte dei reclami penali del Tribunale d'appello ticinese ha poi respinto «in assenza di sufficienti indizi» il reclamo presentato da Rosanna Papalia e dalla sua attività commerciale contro il non luogo a procedere deciso nell'ottobre scorso dal procuratore pubblico Garzoni. Ne ha dato notizia la Rediotelevisione svizzera italiana sul proprio sito l’8 febbraio. Rosanna Papalia aveva sporto denuncia (anche contro ignoti) nel luglio dello scorso anno in seguito a un servizio del Corriere della Sera intitolato “Sospetti di 'ndrangheta a Leggia” e all'articolo “Mafiosi nel Moesano” apparso sul sito rsi.ch.

In entrambe le occasioni, tuttavia, hanno rilevato i giudici, si precisava che i sospetti venivano avanzati dal Corriere della Sera. Era inoltre contenuta la precisazione delle autorità svizzere, secondo le quali non risultavano procedimenti penali a loro carico, e nel primo caso anche la diretta smentita degli interessati. Si trattava quindi di notizie equilibrate divulgate «nel giustificato interesse pubblico».
La sentenza, del 5 febbraio, può essere impugnata entro 30 giorni davanti al Tribunale federale.

Il Ticino e la strategia comune con i Grigioni
Visto che il Cantone dei Grigioni, in particolare quella zona che parla la lingua italiana e non quella tedesca, è da anni il nuovo “Eldorado” di moltissime società che non vogliono lasciare né traccia né odore e per questo si sono mosse dal vicino Canton Ticino, il 19 giugno 2017 proprio due deputati ticinesi, Boris Bignasca e Giorgio Fonio, hanno presentato al Consiglio di Stato del Cantone la mozione “Criminalità organizzata: il Ticino non venga lasciato solo!”

Con la mozione i due deputati hanno invitato il Consiglio di Stato (il Governo cantonale) a contattare le autorità grigionesi al fine di condividere una strategia comune nell'arginare il problema della criminalità organizzata e nel contempo di attivarsi presso le autorità federali affinché venga rivista la strategia centralizzatrice adottata dalla Procura federale. «È emerso, grazie a un articolo del Corriere della Sera – si legge nella mozione – che alcune società nei Grigioni e in Ticino sarebbero legate alla criminalità organizzata di una delle più potenti cosche del Nord Italia. A tal proposito il Municipio di Grono vuole vederci chiaro e ha segnalato le società alle competenti autorità grigionesi e ticinesi».

Il presidente del Consiglio di Stato Manuele Bertoli e il cancelliere, Arnoldo Coduri , il 15 novembre 2017 hanno risposto addirittura con un rapporto. Non era certo la prima e non sarà certo l'unica mozione sul tema della criminalità organizzata in Svizzera.

Negli ultimi due anni il Governo ticinese ha dato riscontro a quattro atti parlamentari: il 7 marzo 2017 all'interrogazione n. 112.16 (“Mafia in Ticino: dopo il caso Pulice urge una task force?”), il 27 settembre 2017 all'interrogazione n. 114.17 (“La mafia mette radici in Ticino: Berna se ne renda conto!”), il 18 ottobre 2017 all'interrogazione n. 133.17 (“Infiltrazioni mafiose”) e il 25 ottobre 2017 all'interrogazione n. 154.17 (“Permessi B, qual è la reale efficacia delle misure scelte per combattere le infiltrazioni della criminalità organizzata?”).

Nella risposta ai due deputati ticinesi, dunque, il Governo cantonale non ha fatto altro che ribadire quanto già detto, a partire dalla centralizzazione delle indagini relative alle organizzazioni mafiose presso il ministero pubblico della Confederazione a Berna.

Come funziona il sistema svizzero antimafia
Non manca certo, ribadisce il Governo ticinese, la collaborazione con le autorità cantonali. I procuratori federali sono regolarmente presenti sul territorio, in stretto contatto con i colleghi del Cantone a livello di ministero pubblico ma anche della Polizia. Nel Cantone Ticino il contatto con Fedpol avviene per il tramite del nucleo compiti speciali, un servizio della Polizia cantonale che collabora attivamente con le autorità federali e monitora costantemente i fenomeni legati alle organizzazioni di stampo mafioso. Il rilevamento è affidato alla Polizia giudiziaria federale (Pgf) che si occupa anche dell'accertamento e del perseguimento dei reati complessi e transnazionali come riciclaggio di denaro, corruzione, reati in materia di stupefacenti e reati economici.

Questo modus operandi, in collaborazione con i Cantoni, che in questi particolari ambiti assistono le varie autorità della Confederazione, ha permesso di scoprire numerosi reati e di arrestare noti esponenti di cosche mafiose.
Il Consiglio di Stato ticinese è quindi dell'avviso che tale strategia vada sostenuta, visti i frutti raccolti.

Nessuna decentralizzazione, quindi, a livello regionale delle inchieste relative alla lotta alla mafia, in quanto la collaborazione tra il Ministero pubblico della Confederazione, Fedpol e il nostro Cantone è costante, quotidiana e ottimale.
Quanto alla richiesta di contattare le autorità grigionesi per condividere una strategia comune, il Governo cantonale ticinese ha risposto che le forme di collaborazione tra Cantoni avvengono informalmente, mediante incontri, con lo scambio di informazioni oppure mediante la stipulazione di accordi oppure ancora per il tramite delle Conferenze dei direttori di dipartimento e delle Conferenze dei comandanti di polizia. La collaborazione è come il rancio: ottima e abbondante.

Per quanto attiene alla collaborazione intercantonale nell'ambito del contrasto al fenomeno delle “ditte buca lettere”, il governo Ticinese è ancor più soddisfatto. Già dal 2015 – hanno infatti ufficialmente risposto il presidente e il cancelliere del Consiglio di Stato – il direttore del Dipartimento delle istituzioni interpella costantemente il suo omologo per instaurare una maggiore collaborazione.

14 FEBBRAIO 2018
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