Politica20
Tra industriali e investitori Di Maio spegne i toni «anti»
Lina Palmerini
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Alle ultime elezioni e fino a qualche mese fa, i 5 Stelle erano il vero terzo incomodo tra i due blocchi di centro-destra e Pd ma quello che era molto “comodo” per gli altri era la loro ostinazione a non fare alleanze, a stare fuori dal gioco istituzionale, a proporsi solo come forza anti-sistema. Ed è stato proprio questo aspetto più “comodo” che è diventato uno dei perni della nuova legge elettorale basata su un meccanismo premiante per le coalizioni di destra e sinistra ma penalizzante per il Movimento. È accaduto, però, che proprio dalla approvazione del Rosatellum e con l'ufficializzazione della leadership di Luigi Di Maio - gradualmente - l'inclinazione dei grillini a stare fuori stia sempre più evaporando. Solo in questi ultimi due giorni sono arrivati segnali molto chiari: ieri il confronto in Assolombarda, il giorno prima l'incontro a Londra con i fondi di investimento. Due interlocutori che fino a un po' di tempo fa non solo erano estranei al loro mondo ma verso i quali c'era diffidenza e anche ostilità. «Non so se cinque anni fa Di Maio si sarebbe confrontato con noi».

Il commento del presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi, dato al termine del colloquio coglie proprio la novità e la discontinuità di questa campagna elettorale dei 5 Stelle, in cui i gesti hanno un peso più delle parole. Conta infatti molto di più la presenza del capo politico del Movimento a Londra, tra gli esponenti dei fondi, o tra gli industriali lombardi che l'ambiguità di certe frasi su cui pure si è discusso. Il passaggio di Di Maio sulle larghe intese è stato oggetto di varie interpretazioni, lui ha smentito e corretto ma, è probabile, che sul punto ci sia un'amibiguità voluta. Solo il fatto di dire che non «lasceremo il Paese nel caos» e che faremo «appello a tutte le forze politiche» per trovare «convergenze», mostra già una disponibilità a entrare nel gioco istituzionale che prima proprio non c'era. Anzi, il motto di prima era «apriremo il parlamento come una scatoletta di tonno», che è l'antitesi degli appelli di oggi anche se poi vengono un po' smentiti, un po' corretti. Inoltre, nonostante la formula vaga sul dopo-voto, solo il fatto di presentarsi davanti agli investitori esteri o ai principali industriali italiani con l' “abito” della responsabilità fa pensare che dal 5 marzo i grillini cambieranno attitudine e non staranno più solo sull'Aventino.Certo, le distanze sui temi economici – dal Jobs act alla riforma delle pensioni, tanto per citarne due – restano importanti con gli interlocutori appena incontrati ma quello che è cambiato è il clima che dall'ostilità è passato al confronto. Senza contare il cambiamento più radicale sulla moneta unica e sull'Europa: una svolta che ha preparato gli appuntamenti con quel mondo dell'economia e della finanza internazionale che avrebbero posto il tema dell'euro come discrimine. Insomma, in questa campagna elettorale sono saltati molti dei simboli del grillismo, il Movimento ha aperto le porte al “sistema” e ha lasciato in un'ambiguità voluta lo scenario politico e istituzionale del dopo. Le urne giudicheranno se è un cambiamento che paga e che potrà pesare al tavolo delle trattative del 5 marzo.

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