Politica20
Il Cavaliere e le «garanzie» all’Ue sul patto con Salvini
di Lina Palmerini

Con la visita di ieri a Bruxelles, Silvio Berlusconi ha voluto dire che non è solo Paolo Gentiloni il “garante” del rapporto dell’Italia con l’Europa ma che anche lui continua a tessere un filo con chi conta. E se per il dopo-voto si sprecano gli scenari che vanno da una vittoria del centro-destra a un’ipotesi di larghe intese con il Pd, in entrambi i casi il Cavaliere sembra assicurare che lui si muoverà dentro il perimetro europeo, sia se avrà la maggioranza che se non l’avrà. Il punto è che ieri, innanzitutto, ha avuto la necessità di spiegare meglio il patto di coalizione con Salvini che invece è arruolato tra i “sovranisti” e che continua a tenere una linea euroscettica nonostante la marcia indietro sulla moneta unica dopo la sconfitta della sua alleata Marine Le Pen. Per il Cavaliere la domanda a cui rispondere è stata una: fino a che punto potrà farsi garante della Ue in un governo con la Lega e con una Lega che avrà avuto un buon successo elettorale?

Non è dato di sapere in che termini – nei colloqui privati con Juncker - ha spiegato quella che è la contraddizione più evidente del centro-destra, sta di fatto che il presidente della Commissione Ue ha parlato di «incontro eccellente» e che Berlusconi ha usato un linguaggio tutto filo-Ue. «L’Europa è imprescindibile e va rafforzata», ha detto e ha anche lodato la Merkel dopo il via libera sul governo delle larghe intese. Al di là delle repliche immediate di Salvini – «non abbiamo bisogno di garanti per l’Ue siamo una repubblica sovrana» – il vero tema anche a Bruxelles è capire se quello scelto dal leader del Carroccio sia un profilo solo da campagna elettorale oppure se in caso di vittoria del centro-destra possano tornare le tensioni. Del resto, anche in passato, la Lega di Bossi fu uno dei punti di rottura nei rapporti con l’Ue: quando nel 2011 la lettera della Bce chiedeva al governo Berlusconi di fare la riforma delle pensioni, a tirarsi indietro fu proprio il Carroccio che non era nelle condizioni politiche di dare il via libera a misure dolorose per il suo elettorato.

E questo forse spiega anche quel passaggio di Silvio Berlusconi sulla regola del 3% del deficit/Pil. Dire che la rispetterà – anche se è superata - gli è servito per mantenere un’ambiguità sui temi più spinosi: per non pronunciare l’odiato “fiscal compact” e allo stesso tempo presentarsi come colui che non sfascerà i conti italiani e i vincoli Ue. Comunque l’intenzione della sua visita non era solo di dare un messaggio all’Europa ma anche in chiave interna. Dimostrare, cioè, che nel centro-destra è lui che governa i rapporti con l’Ue. Rapporti che saranno centrali se davvero dovesse vincere. Una scelta filo-Bruxelles che tiene pronto anche lo schema delle larghe intese con il Pd e magari con un pezzo di Leu. Suonano infatti molto simili le parole del Cavaliere e quelle di Paolo Gentiloni nell’intervista al Foglio di ieri: «Non si vota per l’Italia, si vota per l’Europa». Ecco, con il ritorno sulla scena europea, il Cavaliere prova a mettersi alla pari con Gentiloni e a scrollarsi di dosso il ruolo di partner di serie B, ancora con il marchio di inaffidabilità con il quale si era congedato nel 2011, anche con la Merkel che ieri lodava.

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