Italia
Razionalità, arricchimento e realtà
di Giorgio Barba Navaretti e Gianmarco Ottaviano
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La teoria economica serve a capire eventi complessi. Usa semplificazioni che possano fornire un quadro interpretativo sensato e coerente per lo specifico aspetto analizzato. Aspetti diversi richiedono ipotesi diverse. Non ha quindi senso criticare un modello teorico perché irrealistico, in quanto la semplificazione, adeguata allo scopo è la sua forza. L’unico modello realistico della realtà è la realtà stessa, che però senza utili semplificazioni resterebbe incomprensibile.

Non esiste la teoria universale del comportamento economico. Non esiste dicotomia tra uomo “economico”, cioè ineluttabilmente razionale, e “non economico”, cioè sempre istintivamente miope. L’uomo è sia economico che non economico, secondo le circostanze.

Se al principio di razionalità alla base del comportamento economico attribuissimo generalità assoluta sbaglieremmo. Come l’economia comportamentale ha chiaramente illustrato, gli assiomi del comportamento razionale sono frequentemente violati. Ma questo non significa che le persone non si comportino anche razionalmente e che non sia un’utile semplificazione derivare le implicazioni economiche che discendono da tale comportamento. Soprattutto a livello aggregato, laddove gli aspetti di irrazionalità individuali spesso finiscono per annullarsi.

Proviamo a porci un problema concreto e attualissimo, su cui ancora oggi facciamo fatica a dare delle risposte certe: se il commercio internazionale crea o meno disuguaglianza. E proviamo a farlo usando uno schema di ragionamento completamente fondato sull’ipotesi di razionalità, mettendoci insomma i panni dell’uomo economico. Vediamo fin dove riusciamo ad arrivare

Il primo legame tra commercio e disuguaglianza sta nel concetto neoclassico di “vantaggio comparato”, in base al quale un calcolo razionale di ottimizzazione dei costi e dei benefici di attività produttive alternative implica che i Paesi si specializzino nelle attività che sanno fare relativamente meglio. O perché hanno tecnologie relativamente migliori o perché hanno a disposizione fattori produttivi (lavoro, capitale, materie prime) che rendono tale specializzazione relativamente conveniente. Questo tipo di specializzazione porta in sé il seme della disuguaglianza: le attività in cui un Paese si specializza potranno essere vendute a prezzi più elevati, perché saranno molto richiesti, mentre le attività in cui non conviene specializzarsi perderanno valore. Le nostre periferie industriali con fabbriche immense un tempo prospere ed ora vuote e cadenti sono il simbolo dell’evoluzione della specializzazione, che crea nuovi lavori (ad esempio, le attività high tech nei servizi) e ne distrugge altri (gli operai nei capannoni manifatturieri), precisamente sulla base di un principio di specializzazione, fondato su quello che forse è il più razionale e il meno intuitivo dei concetti economici, il vantaggio comparato.

Le teorie neoclassiche basate su questa idea di razionalità sono state utilizzate per anni per capire se fosse appunto il commercio internazionale il responsabile delle desolate periferie, o dell’incremento del divario salariale tra lavoratori qualificati e non. In prima battuta, le previsioni delle teorie neoclassiche si sono riscontrate solo parzialmente nei dati. Fino agli anni Novanta il consenso era che la disuguaglianza fosse dovuta al cambiamento tecnologico, più che alla crescita del commercio globale.

Era dunque sbagliata la teoria che prevedeva un nesso tra commercio e disuguaglianza? In particolare, era sbagliata l’ipotesi di scelta razionale alla base del concetto di vantaggio comparato? L’analisi economica ha deciso di non rigettare la teoria, ma di provare ad arricchirla. Sempre nell’ambito del ragionamento neoclassico, sono allora stati fatti tre importanti passi avanti. Il primo è l’analisi delle catene globali del valore. Le imprese, soprattutto dagli anni Ottanta, hanno iniziato a frammentare il processo produttivo tra Paesi diversi, generando grandi volumi di commercio di semilavorati e componenti piuttosto che di prodotti finiti. Questo processo esaspera la specializzazione, ad esempio non solo tra tessile e automobili, quanto addirittura tra mansioni diverse della stessa parte del processo produttivo. È stato così possibile identificare nei dati un impatto rilevante del commercio internazionale, anche se inferiore al cambiamento tecnologico.

Il secondo passo avanti riguarda l’eterogeneità dei produttori e della forza lavoro. Ossia anche se consideriamo un unico settore produttivo, ad esempio il tessile, le imprese sono molto diverse tra di loro e i lavoratori hanno competenze molto differenti. Solo alcune imprese esportano, in genere le più produttive. Se poi selezionano i lavoratori migliori e li pagano meglio degli altri, si vengono a creare divari salariali anche all’interno dei settori produttivi, tra chi lavora nelle imprese più efficienti che esportano e chi invece è impiegato nelle altre imprese.

Infine, il terzo passo riguarda l’analisi dell’ambito regionale, in cui il commercio può avere un effetto, evidenziando le implicazioni della limitata mobilità dei lavoratori e della concentrazione geografica dei costi e dei benefici della globalizzazione.

La sintesi finale è che, pur mantenendo il principio di razionalità, l’arricchimento delle teorie neoclassiche ha permesso di raggiungere una migliore comprensione della realtà. Capiamo che il commercio ha effettivamente un impatto non trascurabile sulla disuguaglianza di reddito, nonostante non ne sia la causa principale. E ne capiamo meglio anche le ragioni, grazie ad un’analisi più approfondita dei nessi causali sottostanti. Per quanto l’uomo non sia sempre economico, lo è abbastanza per permetterci di studiare con successo fenomeni anche molto intricati e complessi.

Come pare abbia detto una volta il premio Nobel Robert Solow, se mi chiedete se le imprese fanno scelte razionali, potrei essere in generale d’accordo; se mi chiedete se la scelta di chi sposare sia razionalmente fondata, non ne sarei così sicuro.

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