Italia
Economisti, alzatevi dalle scrivanie
di Angelo Baglioni
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Una critica che viene spesso avanzata nei confronti dei modelli economici è che siano irrealistici.

Tra le varie ipotesi che mancano di realismo c’è quella di razionalità.

L’individuo che massimizza la sua utilità individuale, tenendo conto di tutte le informazione disponibili, è solo una caricatura dell’essere umano, con tutti i suoi limiti e le sue passioni. Chi fa questa critica non tiene presente che i modelli economici non sono costruiti per essere realistici, ma per essere utili, cioè per aiutarci a ragionare sulla interazione tra soggetti: consumatori, imprese, autorità di politica economica. Sono come le cartine geografiche: non hanno la pretesa di rappresentare il territorio con assoluto realismo, anzi rispetto alla realtà contengono forti semplificazioni. Ma nessuno si sogna di giudicare una cartina geografica in base al suo realismo: basta che serva allo scopo. Se devo andare in automobile da Milano a Parigi, mi basta una cartina che mi indichi le autostrade da percorrere, anche se ignora una grande quantità di strade secondarie; anzi, se le riportasse tutte, in omaggio al realismo, sarebbe di più difficile lettura rispetto a una carta che indica solo i percorsi principali. Lo stesso vale per i modelli economici: la formalizzazione non serve per descrivere fedelmente la realtà, ma per esporre in modo rigoroso un ragionamento. Alla base del ragionamento c’è, tra le altre, l’ipotesi che gli agenti economici si comportino razionalmente: questa non ha la pretesa di cogliere tutti gli aspetti dell’agire umano, ma è una approssimazione ritenuta utile per analizzare come interagiscono tra di loro i partecipanti al mercato.

Naturalmente, ben vengano approcci che siano in grado di arricchire i nostri strumenti di analisi, inserendo elementi psicologici e comportamentali che integrino le analisi tradizionali. Ma, ancora una volta, bisogna fare attenzione. Alcuni fenomeni, che apparentemente possono essere spiegati solo ricorrendo al comportamento “irrazionale” dei soggetti coinvolti, sono in realtà perfettamente compresi dalla teoria tradizionale. Mi riferisco, ad esempio, alle “corse agli sportelli” delle banche, bollati come fenomeni di “panico”, di cui abbiamo osservato qualche esempio nella recente crisi finanziaria: ricordiamo tutti le code di depositanti davanti alla banca inglese Northern Rock nell’estate del 2007.

La corsa agli sportelli risponde a un principio di razionalità ben noto: quello di equilibrio di Nash (sì, quello del film “A beautiful mind”). Se ciascun depositante di una banca si aspetta che tutti gli altri corrano a ritirare il loro deposito, la sua risposta ottimale è fare altrettanto. Poiché tutti condividono la stessa aspettativa, tutti si comportano effettivamente così: in altre parole, le loro aspettative sono razionali. Il problema è che quello che è razionale dal punto di vista individuale non lo è dal punto di vista collettivo, perché l’esito è il fallimento della banca: per questo si parla in questo caso di “fallimento del coordinamento” tra i depositanti. Lo stesso principio può valere per le “bolle” dei prezzi delle attività finanziarie. In una “bolla razionale”, ciascuno sfrutta la possibilità di comprare e rivendere a un prezzo più alto poco dopo: finché la bolla non scoppia, il gioco funziona. Naturalmente questo comporta un rischio, di cui si deve tenere conto nella strategia di investimento. Per l’economia nel suo complesso, una bolla dei prezzi delle case o di qualche attività finanziaria può avere conseguenze assai negative, ma ciò non significa che si tratti necessariamente di fenomeni irrazionali.

L’altro concetto tradizionale sotto attacco è quello di equilibrio. La nozione Walrasiana di equilibrio del mercato, inteso come uguaglianza tra domanda e offerta, non sarebbe utile, poiché spesso l’economia si trova fuori dall’equilibrio o perché l’equilibrio è instabile. Anche a questo proposito è bene ricordare che la teoria economica, anche quella mainstream, non è ferma all’Ottocento, e che la nozione di equilibrio si è arricchita di nuovi risultati. Anzitutto quello relativo agli equilibri multipli. Nell’esempio precedente relativo alle banche, la “corsa agli sportelli” è uno dei due possibili equilibri. Per fortuna, esiste anche un altro equilibrio di Nash, in cui ciascun depositante, aspettandosi che solo una piccola parte degli altri ritirino i loro depositi, sta tranquillo e ritira solo le somme di cui ha effettivamente bisogno per le sue esigenze di spesa. Il problema è coordinare le aspettative dei depositanti su questo secondo equilibrio: qui entra in gioco il ruolo delle istituzioni come la banca centrale e l’assicurazione dei depositi, che contribuiscono a mantenere la fiducia dei risparmiatori sul valore dei loro crediti verso il sistema bancario.

Anche l’idea che il meccanismo dei prezzi sia sempre in grado di assicurare l’uguaglianza tra domanda e offerta è stata superata da tempo. Il modello di razionamento del credito, nel quale i problemi generati dalle asimmetrie informative (azzardo morale e selezione avversa) possono portare a un eccesso di domanda strutturale nel mercato dei finanziamenti alle imprese, risale ai primi anni Ottanta (così come il modello delle “corse agli sportelli” di cui sopra).

Si dirà: ma allora, se gli strumenti di analisi teorica c’erano, perché la crisi finanziaria ha colto così di sorpresa la professione degli economisti? La mia impressione è che il problema principale sia stata la scarsa conoscenza dei fenomeni empirici: le pratiche scorrette nell’erogazione di prestiti bancari (subprime) e nella vendita di prodotti di investimento, la proliferazione di strumenti finanziari complessi (asset backed security e altri derivati) i cui prezzi venivano fatti fuori dal mercato – con metodi quantitativi sofisticati che nessuno capiva (tranne forse qualche fisico o matematico arruolato dalle investment bank).

Se c’è una lezione da trarre dalla crisi, è che gli economisti si devono confrontare di più con quello che succede nelle istituzioni: imprese, intermediari finanziari, autorità, mercati organizzati e non. Qualcuno disse una volta: «Il posto peggiore per capire come va il mondo è stare seduto dietro la propria scrivania». Cogliere il significato di questa affermazione, e metterlo in pratica, sarebbe forse più utile che inventare nuove teorie.

L’autore è ordinario di Economia politica, Facoltà di Scienze bancarie finanziarie e assicurative dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

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