Europa
Così i big data sono già nei campus
di Barry Eichengreen
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La formazione economica avanzata, lamentano i critici, non è al passo con i tempi. Nel primo anno dei corsi di laurea specialistici – in tutte le università – gli studenti vengono accuratamente istruiti sulla metodologia. L’insegnamento è incentrato sulla tecnica, astratto dai problemi del mondo reale.

Nel secondo anno, agli studenti viene mostrato come applicare questi metodi a vari settori della scienza economica. A quel punto, dovrebbero essere in grado di portare avanti progetti di ricerca propri.

Ma dare la priorità ai metodi invece che alle problematiche incoraggia gli aspiranti economisti a dare valore all’eleganza tecnica rispetto alle soluzioni pratiche a problemi economici pressanti.

Agli studenti viene detto come analizzare i dati, piuttosto che come sporcarsi le mani con i dati stessi. Siccome la formazione inizia con due anni di lezioni in classe, in cui si dice agli studenti cosa fare invece di farlo, quando arriva il momento di decidere su cosa lavorare i giovani economisti sono alla deriva e finiscono per scimmiottare il loro istruttore, lavorando su un aspetto minore del programma di ricerca stabilito dal loro professore. C’è poca innovazione intellettuale. Ci sono pochi incentivi, e anche poca capacità, se vogliamo dirla tutta, di affrontare nuovi problemi economici.

Se fosse vera, sarebbe una critica devastante; ma la realtà è che è proprio questa critica sentita tante volte, e non i corsi di economia, a non essere al passo con i tempi.

Mentre parliamo, l’insegnamento dell’economia, come il mondo circostante, sta venendo radicalmente trasformato dai big data. La teoria viene detronizzata già dall’inizio della formazione specialistica, in favore dell’analisi empirica di grandi insiemi di dati che documentano il comportamento effettivo delle famiglie, delle aziende e dei mercati. Gli economisti cercano di comprendere il comportamento delle famiglie non ipotizzando «consumatori razionali», ma analizzando i dati dei codici a barre dei supermercati sugli acquisti effettivi. Studiano le decisioni di investimento non ipotizzando «mercati finanziari efficienti», ma analizzando i singoli flussi in entrata e in uscita da banche e fondi comuni. Cercano di descrivere le decisioni di emigrazione non ipotizzando «migranti ottimizzanti», ma ripercorrendo gli spostamenti effettivi nelle varie generazioni con il sito ancestry.com.

L’attuale generazione di studenti, che è cresciuta con internet e conosce bene i web crawler e i robot di ricerca, è perfettamente capace di raccogliere questo tipo di dati. Gli studenti migliori, gli stessi che addestreranno le future generazioni di economisti nelle migliori università e dirigeranno Banche centrali e ministeri del Tesoro, stanno invertendo la sequenza tradizionale, cominciando gli studi specialistici con analisi empiriche dei big data e poi imparando solo la teoria e la tecnica che servono per analizzarli. Le loro scoperte, che sono in contrasto con le previsioni dei modelli tradizionali, stanno a loro volta rimodellando la teoria economica stessa: basta guardare il Nobel per l’economia di quest’anno, assegnato a Richard Thaler per i suoi studi sull’economia comportamentale.

L’Università della California a Berkeley, come molte altre, prevede ormai da anni un elaborato di econometria obbligatorio per gli studenti del secondo anno. L’introduzione di quest’obbligo è stato un modo per costringere gli studenti a sporcarsi le mani con l’analisi dei dati reali, e facilitare la transizione alla ricerca imponendo agli studenti di completare un modesto progetto di ricerca. Ora stiamo valutando l’opportunità di eliminare questo obbligo, perché gli studenti lo fanno già da soli, di propria iniziativa e spesso prima del secondo anno.

Una critica collegata è che l’insegnamento dell’economia prescinde dalla storia: gli aspiranti economisti hanno poche occasioni per elaborare un approccio storico ai problemi economici moderni, o per comprendere le origini storiche delle moderne istituzioni economiche. Mentre da noi, a Berkeley, è obbligatorio seguire un corso di storia economica, nella maggior parte delle altre università questa materia è messa in ombra dall’insegnamento teorico e statistico.

Anche qui, però, le cose stanno cambiando. La maggiore facilità con cui si possono raccogliere dati dal web e da fonti manoscritte digitalizzate significa una migliore capacità di digitalizzare i dati storici. Gli economisti interessati alle origini della moderna crescita economica, o a ridiscutere la teoria alle base della tesi di Max Weber sui legami tra protestantesimo e Rivoluzione Industriale, possono analizzare i dati sulle espropriazioni dei singoli monasteri e i trasferimenti di beni dalla Chiesa cattolica a possidenti terrieri laici. Possono assemblare nuovi dati disaggregati per 2.000 cittadine tedesche sui titoli di studio e le professioni svolte dai laureati delle università protestanti. Possono analizzare dati dettagliati sull’attività edilizia per individuare lo spostamento dalla costruzione di chiese e monasteri alla costruzione di edifici amministrativi civili nei territori protestanti e cattolici (https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=3053735).

Le fonti storiche sono interessanti perché offrono quel genere di esperimenti quasi naturali di cui gli economisti vanno ghiotti. Considerando che il confine tra l’Impero Ottomano e quello Austroungarico fu fissato arbitrariamente dal Trattato di Karlowitz, nel 1699, possono studiare i paesini vicini nell’odierna Romania per capire se il dominio ottomano ha avuto conseguenze economiche durature (http://behl.berkeley.edu/working-papers). Considerando che il Brasile fu diviso tra Portogallo e Spagna dal Trattato di Tordesillas, nel 1494, possono studiare le cittadine sui due lati della linea fissata dal trattato per capire se l’eredità dello schiavismo, tollerato più a lungo dai portoghesi, continua a ostacolare lo sviluppo economico e finanziario (https://laudares.com/academic). Queste comparazioni dettagliate oggi sono possibili perché paesini, città, monasteri e università possono essere georeferenziati con precisione.

Il pericolo è che la storia diventi un hobby per economisti, invece che un serio argomento di studio. Sarebbe un peccato se gli economisti la prendessero in considerazione solo per ricavarne esperimenti naturali, invece di cercare di capire seriamente in che modo la storia determina i processi economici. Sarebbe l’equivalente del XXI secolo di cercare il biglietto da venti dollari sotto il lampione perché lì c’è luce.

Insomma, esiste il rischio che gli economisti usino l’evidenza storica e i big data in modo meccanico, proprio come i loro predecessori usavano in modo meccanico la teoria e la statistica. Il progresso non è mai esente da rischi. Ma un progresso c’è.

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