Italia
Una scienza rigorosa e curiosa
di Francesco Trebbi*
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L’economia insegnata e applicata sta cambiando. Da anni. Quella che 40 o 30 anni fa era una disciplina sostanzialmente teorica e limitata in ambizioni e metodologie oggi è indiscussamente la regina delle scienze sociali in termini empirici e metodologici.

Gruppi di economisti lavorano non più solo nelle banche centrali o d’affari, ma, spesso in veste di data scientist, in ospedali dove si fa ricerca medica, con gestori di banche dati, in organizzazioni nongovernative per lo sviluppo economico.

L’economia è oggi una disciplina che tocca i confini della psicologia, della sociologia matematica, delle scienze politiche, degli studi giuridici e dell’antrolopologia culturale. Questo non è il risultato di hubris intellettuale, ma di un approccio metodologico comune (che permette a qualunque ricercatore nel nostro campo di interpretare i risultati altrui con chiarezza) e sufficientemente flessibile da accomodare contesti empirici disparati, dall’acquisto di un’auto alla scelta di formare un legame di matrimonio (immagino i lettori del Sole 24 Ore abbiano preferenze ben precise sia per i veicoli che scelgono di guidare che per i propri partner - noi economisti le semplifichiamo solamente).

L’autore di quest’articolo è un esempio della versatilità della disciplina. Il mio lavoro e la mia carriera si sono sviluppati in un’area pressoché inesistente in economia trent’anni fa, quella che viene definita “political economics”, che non è l’economia politica di Karl Marx, per intendersi, ma lo studio dell’interazione tra sistemi politici e mercati. Una sorta di esplorazione del confine tra economia e governi, che studia distorsioni istituzionali ed elettorali nelle scelte di politica economica e fiscale, nella regolamentazione, nelle scelte di architettura istituzionale in democrazie e non, analizza e predice il comportamento e gli incentivi di elettori e politici, e così via. Tutto questo viene fatto con gli strumenti teorici ed empirici che la disciplina economica ha sviluppato e testato nel corso degli anni nei suoi vari sottocampi (e che le altre discipline, incluse scienze politiche, hanno spesso fatto proprie a loro volta).

Political economics è anche il campo dove, per intendersi, nel futuro prossimo non è uno sproposito attendersi Nobel sia per il professor Alberto Alesina di Harvard che per il professor Guido Tabellini dell’Università Bocconi, entrambi italiani e pionieri in quest’area di ricerca. E forse, più avanti vista l’età ancora giovane, anche per Daron Acemoglu del Massachusetts Institute of Technology, che ha dedicato una carriera all’approfondimento delle interazioni tra le strutture istituzionali e i processi di crescita e sviluppo economico.

Questi sono temi che non appartenevano alla disciplina economica vera e propria negli anni ottanta (le tesi di Alberto Alesina apparvero circa nel 1985-86), esattamente nello stesso modo in cui i temi di economia comportamentale del professor Richard Thaler di Chicago, il Nobel per l’economia di quest’anno, all’epoca non vi appartenevano.

Forse il segnale più concreto che l’economia sia una scienza sociale matura e rigorosa sta nella sua apertura al cambiamento negli anni. L’economia ammette e premia i suoi pionieri. Tornando al nostro esempio, la political economics traccia le sue origini nella Social Choice fondata dal professor Kenneth Arrow, Nobel per l’economia nel 1972 per il suo celebre teorema di impossibilità, e poi sviluppata in termini non normativi nella Public Choice di Gordon Tullock e James Buchanan (Nobel nel 1986). Il Nobel di Thaler di quest’anno ha dei precedenti in quello di Daniel Kahneman, uno psicologo premiato nel 2002, e di Robert Shiller, un economista finanziario comportamentale, nel 2013. Ma l’economia lascia anche delle vittime illustri nel suo percorso di progresso – Social Choice è oggi praticamente abbandonata una volta che obiettivi più concreti per l’analisi di scelte collettive sono apparsi più promettenti e Public Choice, nella sua connotazione divenuta troppo ideologica, è stata messa da parte a favore di approcci meno politicamente distorti e più scientifici.

Gli economisti si aprono ad altre discipline con entusiasmo. È facilissimo trovare nelle bibliografie di articoli pubblicati nelle migliori riviste accademiche economiche internazionali riferimenti a ricerca psicologica, giuridica, politologica, o sociologica. Le opportunità di arbitraggio intellettuale sono enormi e intere aree nella nostra disciplina, inclusa political economics ed economia sperimentale/comportamentale, lo dimostrano. È un campo attivo e fertile, dove il rigore statistico e sperimentale si affianca alla curiosità per il comportamento umano, individuale e collettivo. La vignetta del macroeconomista iperrazionale che fallisce nel predire la crisi del 2007-09 fa ridere. Questa disciplina è molto di più. Parliamone al prossimo Nobel per l’Italia.

* Francesco Trebbi è docente di Economia all’Università della Columbia Britannica e visiting professor a Stanford

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