Politica Economica
Tim-Vivendi: per Orfini (Pd) ipotesi separazione rete e intervento Cdp
di Simona Rossitto
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Separazione della rete di Tim e, in seguito, fusione con Open Fiber; un socio italiano, pubblico o privato che affianchi Vivendi nell’azionariato del gruppo italiano; e l’ipotesi che la Cdp, si proponga di rilevare in tutto o in parte la quota francese in Tim. È il ventaglio di soluzioni indicato dal presidente del Pd, Matteo Orfini, nel suo intervento sulla rivista Left Wing, per risolvere i problemi del gruppo telefonico italiano, oggi controllato al 23,9% da Vivendi.
La strategicità di Tim e della sua rete per il Paese è sottolineata, peraltro, nel documento del gruppo di coordinamento presso la presidenza del Consiglio per decidere dell’esercizio del poteri speciali richiamato dallo stesso Orfini nel suo position paper. Una decisione emessa da Palazzo Chigi il 28 settembre e di cui oggi si conosce il contenuto per esteso. Nel verdetto di fine settembre, si legge infatti che è un «dato di fatto incontrovertibile che Tim, in proprio o tramite sue controllate, svolge attività di rilevanza strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale». Secondo il presidente del Pd per raggiungere l’obiettivo di «una rete unica nazionale tecnologicamente avanzata» le Authority potrebbero «disporre, se necessario, l'enucleazione di una società della rete, giuridicamente distinta all’interno del gruppo Tim, sul modello inglese di Openreach».

Lo sviluppo della rete «ha bisogno dell’impegno di Tim, della sua cassa e dei suoi investimenti» sottolinea Orfini che vorrebbe che il Governo impegnasse le sue «ingenti risorse» per «incoraggiare» i concorrenti «a rivedere le proprie strategie manageriali e a razionalizzare gli investimenti, fino a metterli a fattore comune, nella prospettiva di una unificazione tecnica e possibilmente anche societaria (per esempio in forma di joint venture) delle diverse reti a banda larga, complementari con la rete Tim».

Orfini si riferisce all’ipotetica fusione con Open Fiber, la partecipata di Enel e Cdp per la fibra, di cui si parlava quest’estate. Tuttavia questo percorso, secondo il presidente, «ha di fronte lo scoglio della strutturale instabilità del gruppo Tim, aggravata dalle oscillazioni strategiche del suo riluttante socio di riferimento». Esistono dunque diverse soluzioni «alternative allo scorporo». Tutelando «il valore dell’investimento di Vivendi si dovrebbe consentire al gruppo francese di rinunciare al fardello del controllo (e all’obbligo conseguente di consolidamento del debito in bilancio) per concentrarsi al meglio sul progetto strategico di negoziare con Mediaset, su basi paritarie, la costituzione di una vera media company europea».

In questo caso «un socio italiano, pubblico o privato, che acquisti in Borsa parte di quel 76% di capitale flottante - prosegue Orfini - tuttora molto frammentato e con i corsi azionari sottovalutati, potrebbe infatti affiancare Vivendi». Esiste infine «l’ipotesi che Cassa Depositi e Prestiti, già fortemente impegnata nella partita attraverso Of, si proponga per rilevare, in tutto o in parte la partecipazione di Vivendi, una volta superate con l'Antitrust eventuali riserve».

Ma veniamo al ragionamento seguito dal comitato di Palazzo Chigi che ha accertato la violazione degli obblighi di notifica e avviato il procedimento per eventuali sanzioni nei confronti di Tim. In coda al documento, che Radiocor Plus ha letto, Palazzo Chigi precisa che «resta impregiudicata la valutazione degli atti e delle operazioni posti in essere dai destinatari del procedimento, ai fini dell’eventuale esercizio dei poteri speciali del Governo previsti dal decreto-legge numero 21 del 2012». La legge sul golden power pone a rischio di nullità gli atti e le deliberazioni adottate mentre era in corso l’inadempimento.

Il documento della presidenza del Consiglio spiega nel dettaglio le ragioni della strategicità di Tim alla base della decisione. La società Tim, la società Telecom Italia Sparkle e la società Telsy, sottolinea Palazzo Chigi, «sono dotate di un organo di sicurezza istituito ai sensi del dpcm numero 5 del 6 novembre 2015» e «tali organi fanno parte dell’Organizzazione nazionale per la sicurezza, quale complesso di organi pubblici e privati che gestiscono gli asset classificati e dei quali si avvale l’Autorità nazionale per la sicurezza per l’esercizio delle funzioni che attengono alla protezione e tutela delle informazioni classificate e qualificate, a diffusione esclusiva o coperte da segreto di Stato».
Di fronte a queste argomentazioni, la tesi sostenuta da Vivendi secondo cui il gruppo francese «avrebbe avuto contezza della “strategicità” degli asset di Tim solo a seguito dell’accesso agli atti effettuati in data 7 settembre 2017, in occasione del quale la società avrebbe avuto conoscenza delle valutazioni al riguardo espresse dalle amministrazioni interessate, non può trovare accoglimento».

Il gruppo di Palazzo Chigi commenta anche le deleghe attribuite da Vivendi al vicepresidente Giuseppe Recchi sulla sicurezza e sulla controllata Sparkle. «La strategicità di asset di Tim – si legge nel documento - è stata implicitamente ed esplicitamente riconosciuta da Vivendi stessa, con il conferimento al vicepresidente Recchi, da parte del cda delle deleghe sulla funzione security e su Telecom Italia Sparkle». Tuttavia è «inconferente il rilievo mosso da Vivendi secondo il quale il dottor Recchi, delegato sulla Funzione Security e su Telecom Italia Sparkle, avrebbe operato in piena indipendenza da Vivendi stessa. Ai fini che qui interessano, infatti, rileva non l’esistenza di eventuali episodi di condizionamento in concreto, da parte di Vivendi, dell’attività di Recchi sulle linee strategiche, bensì la consapevolezza da parte di Vivendi della strategicità di dette linee. Consapevolezza in ragione della quale, il cda di Tim (composto a maggioranza da amministratori designati da Vivendi) ha conferito le relative deleghe».

Tirando le somme, secondo il Gruppo di coordinamento di Palazzo Chigi, Vivendi, in conclusione, avrebbe dovuto notificare, ai sensi dell’articolo 1, comma 5 del dl 21/2012 (ovvero le norme in materia di poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonché per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia) ogni operazione di acquisizione di partecipazioni in Tim. La notifica effettuata da Vivendi il 15 settembre è da considerarsi “tardiva”. Ma atteso che Tim detiene attivi di rilevanza strategica per l’interesse nazionale nel settore delle comunicazioni, un obbligo di notifica esiste anche in capo a Tim che avrebbe dovuto notificare alla presidenza del Consiglio dei ministri ai sensi dell’articolo 2, comma 2 del dl sui poteri speciali (norma sui poteri speciali inerenti agli attivi strategici nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comun icazioni, ndr) «l’avvenuta modifica del controllo e della disponibilità, a far data dal 4 maggio (giorno in cui l'assemblea di Tim ha votato una maggioranza di amministratori designati da Vivendi), degli attivi di Tim».

Alla luce di queste considerazioni Palazzo Chigi ha disposto l’avvio nei confronti di Tim del procedimento per l'eventuale irrogazione della sanzione pecuniaria prevista dall’articolo 2, comma 4 del suddetto decreto legge. Subito dopo l’emissione del verdetto da parte del comitato Tim ha subito ribadito che non è «mai stata adottata alcuna delibera, atto o operazione che avesse per effetto una modifica della titolarità, del controllo o della disponibilità della rete di comunicazioni elettroniche oggetto delle norme di legge in materia di golden power, rete che è quindi rimasta sempre nella piena titolarità, controllo e disponibilità di Tim».

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