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Da statistica a chimica, le lauree che danno lavoro a 9 studenti su 10
di Alberto Magnani
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Due fra i profili che spopolano nelle offerte di lavoro globali sono data scientist e attuario, lo “scienziato dei dati” e l'esperto nel calcolo di probabilità sugli eventi futuri in ambito economico -finanziario. In entrambi i casi è consigliata una laurea in statistica, anche solo di primo livello. Quanto basta a far scattare un boom di iscrizioni? Non proprio: negli ultimi quattro anni accademici, gli aspiranti statistici immatricolati nei nostri atenei non sono andati oltre le 1.100 unità. E pazienza se la prospettiva è di un tasso di occupazione del 95% a cinque anni dal titolo magistrale, con una retribuzione di 1.500 euro netti che stacca di più di 200 euro lo standard degli altri corsi.

Il caso di statistica è comune a un'altra nicchia di lauree, trascurate dagli studenti nonostante prospettive di impiego e retribuzione superiori alla media. Qualche esempio? Matematica, chimica e fisica rientrano fra i gruppi disciplinari che offrono stipendi e chance di assunzioni più elevati, ma hanno attratto l'equivalente del 6,3% delle matricole nel 2016. Economia e ingegneria, da sole, viaggiano oltre il 28%.

Il paradosso: solo 4 studenti su 100 scelgono le lauree che danno più lavoro
Nel dettaglio, secondo dati Miur, si parla di un totale di 1.087 matricole a statistica, 2.810 a matematica, 3.842 a fisica e 4.175 a chimica. Un totale di 11.914 studenti, il 4,2% sui 283mila neoiscritti dell'anno accademico 2016-2017. Il paradosso è che si parla di uno zoccolo di discipline che registra tassi di occupazione vicini al 100% già dopo il triennio. Secondo dati Almalaurea, il solo segmento dei corsi scientifici “sforna” una quota di occupati del 93% a cinque anni dal titolo dal primo livello, sopra anche agli standard di ingegneria (92%) e dell'area medico-sanitaria (90,2%). La marcia in più si conferma nelle retribuzioni conseguite allo step successivo, la laurea magistrale. Secondo dati Almalaurea, la retribuzione netta mensile a cinque anni dalla fine del biennio di specializzazione è pari a 1.649 euro per chi ha ottenuto un titolo nell'area scientifica, 1.576 euro nell'ambito chimico-farmaceutico e 1.515 euro in quello statistico-economico, contro un valore generale di poco più di 1.400 euro.

I limiti: la paura per corsi «difficili» e poche informazioni sugli sbocchi
Da cosa dipende lo scetticismo delle matricole per corsi che garantiscono, sulla carta, ritorni più immediati dal punto di vista lavorativo? Francesca Contardi, esperta di risorse umane, spiega che la scarsa popolarità di lauree scientifiche o settoriali può dipendere da un fattore «scontato»: si parla di studi considerati «troppo difficili» o astratti rispetto alla media, ignorando magari gli sbocchi occupazionali che ne derivano. «Forse – spiega Contardi - la scarsa propensione a iscriversi dipende dal fatto che bisogna essere portati per le materie scientifiche ed essere disposti ad affrontare un percorso di studi che, almeno sulla carta, è più complesso e tecnico di altri».

Una formazione scientifica può aiutare, ma non ci sono vincoli sulle scuole di provenienza. «Questo, naturalmente, non significa che chi fa - ad esempio - il liceo classico non possa accedervi – mette in chiaro Contardi - significa semplicemente che avrà bisogno di integrare le proprie conoscenze in ambito scientifico». Quando non entra in gioco la predisposizione, però, ci sono i dubbi sulle carriere spianate da corsi considerati meno «professionalizzanti» rispetto ad altre facoltà. Nel caso di alcune discipline, come matematica, pesa la convinzione che l'unico sbocco dell'area scientifica sia la ricerca teorica. I dati dimostrano che non è proprio così: Stem graduates, un portale britannico dedicato alle lauree tecnico-scientifiche, ha evidenziato che i ruoli ricoperti più di frequente dai laureati in maths sono professioni di estrazione informatica e finanziaria come data scientist, ingegnere dei Big Data, machine learning specialist, analista degli investimenti e consulenti. «Molto spesso, gli studenti di queste facoltà ricevono offerte di lavoro interessanti da parte delle aziende ancora prima di completare il percorso di studi – spiega Contardi – Il problema è, appunto, trovare qualche risorsa adatta».

Contratti: 6 su 10 sono a tempo indeterminato
Un altro plus che emerge è la stabilità. Il tipo di contratto più diffuso tra i laureati di ambito scientifico, chimico-farmaceutico e statistico è il tempo indeterminato, con un'incidenza complessiva del 63% a cinque anni dal titolo contro una media del 56,2%. Secondo Contardi, la maggiore propensione all'indeterminato dipende proprio dalla rarità dei profili e dal tentativo di trattenere le risorse con un'offerta vantaggiosa. «Data la scarsità di candidati – spiega - si tratta spessissimo di assunzioni a tempo indeterminato da subito, con retribuzioni mediamente più alte rispetto alla media». Sì, ma di che vantaggio si parla? Le retribuzioni citate sopra superano la media nazionale, ma rischiano di sfigurare quando si entra nel vivo di una comparazione internazionale. Un laureato in scienze statistiche, attuariali e finanziarie assunto in Italia guadagna 1.604 euro a cinque anni dal titolo. In Germania, stando ai dati del portale Usa Glassdoor, si arriva sopra gli 80mila euro l'anno.

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