Attualita
Banche, sì alla commissione d’inchiesta
di Matteo Renzi
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La nostra sfida è il futuro. Immaginare una visione per l’Italia dei prossimi cinque anni, capace di competere in un mondo che corre sempre più forte.

Ma oggi le chiedo ospitalità, caro Direttore, per chiarire un passaggio tra i più delicati dei mille giorni del mio Governo e per ricordare innanzitutto a me stesso i termini di una sfida che vedrà l’Italia impegnata a lungo: i problemi del credito e la riforma delle popolari.

Per lungo tempo, già in piena crisi economico-finanziaria, nel nostro Paese non si è avuta da parte della maggioranza degli economisti, degli opinionisti e dei media la percezione dello stato di dissesto e/o della cattiva gestione di diversi istituti bancari italiani. Se si eccettua la crisi conclamata del Monte dei Paschi di Siena, sulle cui responsabilità politiche chiedo invano da anni che si discuta in modo serio, la “questione banche” sembrava praticamente non esistere. Eppure, in base gli ultimi dati disponibili, le perdite aggregate lorde di esercizio delle sole prime dieci banche popolari italiane nel periodo 2011-2016 hanno quasi raggiunto cumulativamente i 20 miliardi di euro (si veda la tabella in pagina). Una cifra enorme. Senza considerare la altrettanto enorme perdita di valore sopportata contemporaneamente dagli azionisti di diversi istituti, in particolare le due Popolari venete non quotate.

Fortunatamente la crisi ha riguardato solo una porzione limitata di banche italiane. Il nostro sistema bancario nel suo complesso ha dimostrato durante la lunga recessione economica doti di resilienza non comuni nonostante la crescita delle sofferenze, una buona parte delle quali peraltro opportunamente coperte da rettifiche in bilancio e da garanzie reali adeguate. Abbiamo istituti solidi, che hanno inoltre quantitativi irrilevanti di titoli cosiddetti di livello 3 (derivati e simili) nei propri bilanci, a differenza di altri Paesi europei molto bravi a scrivere le regole comuni, meno bravi a rispettarle. E va altresì ricordato che l’Italia non ha - sino a tutto il 2016 - attivato aiuti pubblici di significativo rilievo per il salvataggio di banche, come invece è accaduto per somme di denaro enormi negli Stati Uniti e in molti Paesi europei, tra cui la Germania.

Per quanto riguarda le Popolari, alcune banche più strutturate e meglio gestite sono riuscite a superare la crisi, altre invece hanno vissuto o stanno tuttora vivendo profondi dissesti. Ma una domanda di fondo gli esperti dovrebbero porsela. Che cosa sarebbe potuto accadere al sistema bancario italiano, anche in termini di rischi di contagio e di panico tra i risparmiatori, se il Governo non avesse prontamente realizzato la riforma delle Banche popolari? Che cosa sarebbe potuto succedere se la “governance” delle Popolari non fosse stata finalmente modificata, ponendo così fine a quel modello di vertici auto-referenziali, superpagati e immodificabili nel tempo che ha favorito anche diversi casi conclamati di mala gestio?

Va ricordato che da almeno due decenni veniva auspicata una riforma delle Banche popolari ma essa è sempre stata ostacolata, oltre che dalle resistenze opposte dalle Popolari stesse, anche da un ampio fronte di forze politiche e sindacali trasversali, locali e nazionali. L’aveva proposta il ministro Ciampi con il dg del Tesoro Draghi, personalità la cui autorevolezza non necessita commenti.

Ma nessuno era riuscito a vincere il muro di gomma finché non abbiamo realizzato un decreto legge e posto la questione di fiducia.

Abbiamo operato tale cambiamento sia perché convinti che il modello delle Popolari, nel caso degli istituti di maggiori dimensioni, fosse ormai obsoleto da tempo, sia perché si riteneva che, in assenza di una urgente riforma, diverse banche visibilmente mal gestite avrebbero potuto completamente collassare in tempi brevi, penalizzando dunque non solo gli azionisti e gli obbligazionisti subordinati ma anche un numero enorme di obbligazionisti ordinari e depositanti. La riforma delle Popolari, d’altro canto, avrebbe anche creato le premesse per favorire (come è già accaduto nel caso di Banco-Bpm) le aggregazioni tra le stesse banche, con l’obiettivo di un aumento della loro efficienza.

Nei casi di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca è emerso a poco a poco un vero e proprio scandalo finanziario che è stato “scoperchiato” proprio grazie alla accelerazione impressa dalla riforma delle Popolari e alla contemporanea azione della vigilanza europea. Il dissesto delle due popolari venete, infatti, è originato principalmente da comportamenti scorretti dei vertici degli istituti per troppo tempo sottovalutati o, peggio, tollerati, anche a livello locale, mentre il regime del voto capitario e l’abuso delle deleghe contribuivano a mantenere lo status quo in un quadro di assoluta mancanza di trasparenza nei riguardi dei piccoli azionisti e dei risparmiatori. Sollevato il velo che copriva i reali conti patrimoniali dei due istituti, i valori delle azioni di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, fissati dai vertici delle due banche senza alcun reale riferimento di mercato, si sono pressoché azzerati. E senza il deciso intervento del Governo e la riforma delle banche popolari da esso voluta è facile immaginare quali maggiori perdite si sarebbero potute produrre tra i risparmiatori se le due banche avessero continuato a operare con i vecchi vertici e con la vecchia strategia (magari anche con qualche nuovo disastroso aumento di capitale a prezzi fuori mercato) fino al definitivo e inesorabile fallimento, con il coinvolgimento anche dei depositi non garantiti.

A fine 2015, nell’imminenza dell’avvio del bail in, il caso della anticipata risoluzione delle quattro banche regionali minori (Banca Etruria, Banca Marche, Carife e Carichieti) ha fatto perdere di vista la dimensione complessiva della crisi delle Popolari che il Governo si è trovato ad affrontare, forse anche per l’attenzione mediatica peculiare dedicata a Banca Etruria. La realtà è che il salvataggio delle 4 banche regionali minori ha messo al sicuro i risparmi di circa 1 milione di correntisti e obbligazionisti per un controvalore di circa 12 miliardi di euro (oltre ai depositi già garantiti). Inoltre il Governo ha anche predisposto, compatibilmente con le norme europee e dopo una impegnativa trattativa con Bruxelles, significative misure di rimborso per i piccoli obbligazionisti subordinati colpiti.

Una cosa è certa. La riforma delle Popolari scardina il potere di rendita dei potentati locali e tutela i risparmiatori garantendo i depositi, oltre che i posti di lavoro dei dipendenti delle banche stesse. Come nel caso della povertà o del JobsAct, anche nel caso della crisi delle banche è facile parlare al bar o movimentare i talk show. È più difficile invece affrontare seriamente i problemi, metterci la faccia e cercare delle soluzioni concrete. Il mondo del credito dovrà cambiare ancora e la rivoluzione digitale trasformerà il modello di business, lo sappiamo. Ma questa sfida va giocata a viso aperto. Noi lo possiamo fare perché non abbiamo scheletri nell’armadio, anzi: aspettiamo con curiosità che il Parlamento approvi finalmente la commissione di inchiesta sulle banche. Sarà interessante andare a capire in questi dodici mesi le vere responsabilità, a tutti i livelli istituzionali e politici: i dodici mesi che ci separano dalla fine della legislatura consentiranno un lavoro serio e sistematico, ne sono certo. Per me, per noi, la parola trasparenza è un concetto irrinunciabile. Spero lo sia anche per tutti gli altri partiti e soggetti coinvolti.

7 MARZO 2017
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