Politica
Lo shock-scissione sul Parlamento rafforza le ragioni di chi punta al voto
di Lina Palmerini
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Si naviga a vista ma ieri la scissione nel Pd sembrava avviata. Se così fosse, cosa diventa il Parlamento eletto nel 2013? C’era il Pdl e non c’è più. C’è il Pd e ci potrebbe non essere più. Il partito che regge il Governo si spaccherebbe in due gruppi e lo strappo rafforzerà gli argomenti di chi vuole il voto.

Se davvero la rottura - che ieri sembrava già consumata - venisse confermata dai fatti all’assemblea di domenica, lo scossone più forte si sentirebbe in Parlamento. Oggi il Pd è il partito di maggioranza relativa, quello che regge il Governo con il premio di maggioranza vinto da Bersani nel 2013 ma, con la scissione, i gruppi di Camera e Senato sono destinati a spaccarsi. Troppo presto per capire in quanti seguiranno l’area di minoranza ma di certo non ci saranno più i numeri di oggi, 303 deputati e 113 senatori. Numeri e non solo. Perché il dato politico di questa legislatura è che è partita con una configurazione ma ormai ne ha assunta una completamente diversa. Non c’è più il Pdl di Berlusconi e ci potrebbe non essere più il Pd. Non uno scossone da poco. In pratica i due partiti dai quali è nata la “grande coalizione” arrivano divisi, l’altro partito di centro-destra al Governo è ai minimi elettorali e la prima forza (con la scissione Pd) diventa il Movimento 5 Stelle che è all’opposizione. Può reggere un Parlamento così distante dal Paese che descrivono i sondaggi?

Per quanto Bersani e i suoi dicano che vogliono sostenere il Governo e arrivare al febbraio 2018, le condizioni diventerebbero sempre più complicate. Innanzitutto erano stati proprio gli esponenti della minoranza Pd a dire che avrebbero sostenuto l’Esecutivo Gentiloni provvedimento per provvedimento. Oggi questo senso di precarietà è stato tolto dal tavolo ma è difficile pensare che ci potrà essere una piena sintonia tra due gruppi parlamentari che hanno affrontato una scissione. Soprattutto se si considera un dato: che il partito renziano sarà quello che più ispirerà l’azione di Palazzo Chigi. La squadra governativa, tra l’altro, sta con il segretario - a cominciare da Gentiloni - ed è facile pensare che dovrà in qualche modo assecondarne le politiche in vista delle elezioni. Davvero non nasceranno tensioni? Davvero i numeri terranno?

Basta immaginare un voto di fiducia più insidioso su un argomento sensibile come i voucher per immaginare la classica scintilla fatale per la legislatura. Anche perché non avrebbe senso fare una scissione, costituire un gruppo parlamentare separato se poi non si puntasse a marcare una differenza politica radicale da Renzi. Molto probabile che il Parlamento si trasformi nel campo di battaglia tra due Pd in competizione tra loro. Ma la domanda delle domande è: è possibile che in queste condizioni si possa fare una legge di stabilità con l’accordo tra renziani e scissionisti? Perché è quello il nodo. Arrivare alla fine della legislatura vuol dire essere capaci di saltare l’ostacolo più grande: scrivere il testo finanziario che dovrà tenere conto delle regole europee e trovare le coperture per evitare l’aumento dell’Iva. E che dovrà pure diventare il biglietto da visita “politico” per affrontare il voto del febbraio 2018. Un’impresa piuttosto ardua.

Insomma, lo scenario della scissione Pd e le prospettive che apre, rafforzeranno le ragioni di chi punta alle elezioni anticipate come i 5 Stelle e Salvini. E non è detto che a loro non si aggiunga Renzi. Anche di questo effetto sulla legislatura riflettono Bersani e i suoi che in queste ore stanno decidendo quale bivio scegliere.

17 FEBBRAIO 2017
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