Asia e Oceania
Tutti gli errori attribuiti ad Abe
Stefano Carrer
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TOKYO – Una giornata iniziata con la tragica notizia della decapitazione di Kenji Goto prosegue con una manifestazione di pacifisti davanti alla residenza del primo ministro a Tokyo. L'ha convocata una associazione per la difesa della Costituzione, che il premier Abe vorrebbe cambiare prima nell'interpretazione e poi con emendamenti ad hoc per rafforzare il profilo internazionale del Giappone ampliando le possibilità di intervento militare all'estero come contributo alla sicurezza globale. È proprio quello che non vogliono i manifestanti, timorosi che Abe utilizzi la vicenda per accelerare le sue strategie di cosiddetto “pacifismo pro-attivo”. All'orrore per la decapitazione di Goto, allo sgomento per le esplicite minacce dell'Isis («Ora inizia l'incubo per il Giappone»), si aggiungono sentimenti di risentimento per come il governo ha gestito l'intera vicenda. Ecco un elenco di errori attribuiti all'esecutivo.

Lo stop iniziale a mediazioni private
Quando fu rapito il primo ostaggio, Haruna Yukawa (decapitato una settimana fa), due giapponesi convertiti all'Islam – il giornalista Kosuke Tsuneoka e l'esperto di diritto islamico Ko Nakata – erano pronti a partire per negoziarne il rilascio: ci voleva un traduttore per un processo secondo la Sharia. Ma la polizia li fermò all'ultimo momento (nell'ottobre scorso) per il sospetto che stessero aiutando uno studente a partire per la Siria, sequestrandone i passaporti. A partire fu Kenji Goto in soccorso dell'amico Yukawa, che già era riuscito a liberare in una precedente occasione.

Il lungo silenzio
Il governo giapponese sapeva sicuramente dalla metà di novembre che l'Isis teneva in ostaggio due cittadini giapponesi. Non lo rese noto al pubblico e anzi raccomandò a chi sapeva il silenzio: lo Shukan Post, ad esempio, afferma di aver avuto una esplicita sollecitazione in questo senso dal Ministero degli esteri. L'argomento era quello di evitare di mettere in pericolo la vita degli ostaggi mentre si cercava una soluzione. Ma i maligni pensano oggi che la vicenda non fu resa pubblica per non diventare oggetto di dibattito nella campagna elettorale per le elezioni politiche anticipate da Abe a metà dicembre.

Il discorso del Cairo
Nella consueta riunione del comitato di sicurezza prima del lungo viaggio in Medio Oriente (sei giorni tra Egitto, Giordania, Israele e Palestina), nessun consigliere – secondo indiscrezioni – avrebbe consigliato prudenza ad Abe, in relazione alla detenzione di cittadini giapponesi da parte dell'Isis. Nel suo discorso tenuto al Cairo Abe enfatizzò che il suo governo avrebbe stanziato 200 milioni di dollari per aiutare i Paesi in lotta con lo stato islamico. Poco dopo l'Isis chiese un riscatto equivalente per liberare i due giapponesi. Solo in seguito il governo precisò che si trattava esclusivamente di aiuti umanitari, a sollievo dei rifugiati.

La prima reazione di Abe da Israele
Nel mondo arabo non ha certo fatto buona impressione che la prima conferenza stampa di Abe dopo il messaggio ricattatorio fosse da Israele. Molto meglio sarebbe stato attendere poche ore e farla dal territorio palestinese, dove Abe si stava recando anche per deporre una corona di fori al mausoleo di Arafat.

Il luogo incongruo per l'unità di crisi
In molti considerato un grave errore aver piazzato l'unità di crisi periferica, guidata da un viceministro degli esteri, in Giordania, che il re Abdullah II ha schierato l'anno scorso nella coalizione anti-Isis. Meglio sarebbe stato localizzarla in Turchia, Paese che anche di recente era riuscito a ottenere la liberazione di ostaggi.

Scarsa efficacia delle modalità di comunicazione
Ufficialmente il governo ha reso noto di non essere riuscito a stabilire efficaci canali di comunicazione con i rapitori. In ogni caso, i continui e pubblici appelli a Paesi come Usa e Gran Bretagna per un aiuto sono apparsi a molti controproducenti. Né si è agito in modo un po' creativo. Per esempio, Osamu Miyata, presidente del centro di studi islamici contemporanei, è venuto alla sala stampa estera per raccomandare al governo di lanciare qualche segnale positivo, ad esempio manifestando la disponibilità a offrire aiuti umanitari anche per le popolazioni del territorio controllato dall'Isis.

I dubbi sul “cui prodest”
In patria, il governo ha fatto filtrare di aver chiesto un parere giuridico sulla possibilità o meno di intervento di un commando per tentare una eventuale liberazione nel caso fosse identificato il luogo di detenzione. Ed è stato fatto trapelare che la risposta è stata “no” a causa delle limitazioni imposte dalla Costituzione pacifista del Paese. C'è chi ha trovato singolare questo fatto, o meglio lo considera l'avvio di ulteriori giustificazioni al tentativo di modifiche costituzionali e di allargamento della possibilità di cosiddetta “difesa collettiva” (intervento all'estero in coalizione con alleati). Un tema che si farà rovente nei prossimi mesi.

1 FEBBRAIO 2015
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