Medio Oriente e Africa
La jihad spaventa l’Europa ma intanto l’Isis perde colpi in Iraq e Siria
di Roberto Bongiorni
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Quando, il 13 ottobre, dopo una serie di conquiste territoriali nella regione irachena di al-Anbar, le forze dell'Isis presero anche la città di Hit, la loro offensiva sembrava inarrestabile. Poco dopo diecimila dei loro uomini si spinsero oltre, posizionandosi a pochi chilometri dall'aeroporto di Baghdad. Il “pre assedio” della capitale irachena era l'ultimo successo di un’avanzata tanto travolgente quanto inattesa. In pochi mesi, dal giugno all'agosto del 2014, lo Stato Islamico era riuscito a conquistare un territorio esteso quanto la Gran Bretagna, nelle piane desertiche tra l'Iraq nordoccidentale e la Siria nordorientale. Una dopo l'altra le grandi città cadevano sotto la loro ferocia, prima fra tutte Mosul, poi Tikrit, fino a numerosi centri minori.

L’indebolimento del califfato
Da allora le cose sono cambiate. Sembra che lo Stato islamico abbia perso l'occasione per conseguire i suoi obiettivi, il suo momento favorevole.
Lungi dall'essere sconfitto, tanto meno distrutto, l'Isis si sta tuttavia indebolendo. E più che per l'offensiva della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, che comunque ha conseguito una serie di parziali successi, il declino dello Stato islamico è avvenuto per una serie di gravi errori commessi da una leadership troppo intransigente.

Le aspettative tradite dei sunniti
Le fulminanti vittorie estive, e la creazione di quel grande Califfato, erano state possibili per due ragioni. Da un lato i motivati miliziani dell'Isis, esperti veterani in altri fronti di guerra, si erano trovati davanti un esercito iracheno disorganizzato, senza leadership, pavido. Dissoltosi come neve al sole davanti alla cieca ferocia dei jihadisti.
La seconda - e probabilmente determinante ragione - era il sostegno diretto e indiretto - di parte della popolazione sunnita irachena. Pur non condividendo la brutale ideologia dell'Isis, e ancora meno i suoi mezzi crudeli per affermare la sua autorità, molti sunniti avevano visto nell'ascesa dei jihadisti l'occasione di riscatto per porre fine ad anni di discriminazione ed emarginazione da parte del governo di Baghdad, a maggioranza sciita.
Ma una volta assicuratisi il territorio e le città, l'Isis ha tradito le aspettative delle tribù sunnite - ed anche della popolazione – che lo avevano sostenuto (seppure in diversi gradi). Di fatto, l'instaurazione del Califfato spazzava via i privilegi e le strutture di potere dei clan regionali. Lo stesso Abu Muhammad al-Adnani, portavoce dello Stato islamico era stato di una chiarezza disarmante: «La legittimità degli emirati, dei gruppi, degli stati e delle organizzazioni è diventa inesistente davanti all'espansione del Califfato», aveva dichiarato ufficialmente. Poco dopo, i vertici baathisti (quindi sunniti) che amministravano Mosul erano stati “licenziati” ed estromessi dalle loro mansioni. Cosa che ha prodotto un caos nella gestione della terza città dell'Iraq.
Insomma , agli occhi dei clan e di diverse tribù sunnite, l'Isis aveva usurpato i potentati locali, rimpiazzandoli con un regime feroce e intollerante.

Condizioni di vita peggiorate
Non solo. Prima incuriosite, le popolazioni irachene sunnite, costrette a vivere sotto le leggi oscurantiste del Califfato, hanno via via compreso che le condizioni di vita stavano drasticamente peggiorando; dalla disoccupazione, alla mancanza dei beni di prima necessità, all'imposizione di tasse esorbitanti e ingiustificate. La loro vita, dunque, era divenuta molto difficile di quanto non lo fosse già prima. E la brutalità con cui i jihadisti hanno soffocato alcune piccole rivolte, ricorrendo a crudeli esecuzioni di massa, non ha fatto altro che accrescere il malcontento popolare.

Isis meno ricco per il crollo del petrolio
Anche il fronte finanziario dell'organizzazione terroristica più ricca del mondo si sta indebolendo. Grazie al contrabbando di petrolio e prodotti raffinati (circa due milioni di dollari al giorno), ai sequestri, ai furti, e ad altri operazioni illecite - il suo budget era stimato in due miliardi di dollari. I raid aerei americani hanno in parte distrutte le raffinerie mobili dell'organizzazione e altre sue strutture industriali, tra cui alcune fabbriche di armi. Lo Stato Islamico non disporrebbe più della tecnologia e delle attrezzature per mantenere gli attuali livelli produttivi di petrolio. A ciò si aggiunga l'inatteso impatto del crollo delle quotazioni del petrolio. Già costretto a dimezzare il valore del petrolio venduto in nero, oggi l'Isis si trova con il prezzo del greggio caduto in sei mesi da 115 a 50 dollari al barile. Quanto agli armamenti, solo con operazioni militari, e con la conquista di depostiti e caserme irachene, i jihadisti possono riarmare il loro arsenale. Ma in questo senso, l'ultimo successo risale ad agosto.

Jihadisti in calo
Infine le risorse umane, decisive per lo Stato islamico. I suoi seguaci in giro per il mondo, dal Canada all’Australia fino alla Francia, come dimostra la strage di ieri nella redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, continuano a colpire vittime inermi. Ma l'impressionante flusso di aspiranti jihadisti stranieri, partiti dai paesi occidentali e non, per unirsi al Califfato , si è ridimensionato. E non solo a causa dei maggiori controlli dei Paesi occidentali, quanto, piuttosto, per il venir meno delle aspettative da parte degli aspiranti jihadisti stranieri. Lo Stato islamico aveva agito come un magnete, era – per così dire - il coronamento di un sogno a lungo coltivato dai seguaci dell'intolleranza religiosa. Solo dall'Europa ne erano partiti 3mila. Ma le sconfitte militari, l'incapacità di proseguire la sua offensiva, le difficoltà attuali, la riduzione dei fondi per pagare i salari dei combattenti e i centri di reclutamento, hanno smorzato l'entusiasmo.

Kobane, la Stalingrado dell’Isis
La mancata conquista della città siriana di Kobane, al confine con la Turchia, (oggi in buona parte ripresa dai curdi) è stata interpretata come la Stalingrado dell'Isis.
Nel mentre altri gruppi estremisti rivali che agiscono in Siria, come Jabat al Nusra, si stanno rafforzando ai danni dello Stato Islamico.
Insomma, lungi dall'essere sconfitto, l'Isis non sembra più aver la forza per espandere il suo Califfato, conquistare Baghdad e i ricchissimi pozzi petroliferi dell'Iraq centromeridionale, facendo precipitare nel caos il Golfo Persico. Anzi, la sua prossima battaglia – ben più dura – sarà quella di conservare un territorio che sembra destinato a ridursi.

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