Lavoro
Il bilancio di tre anni di Jobs Act: più contratti a termine e meno licenziamenti
di Francesca Barbieri
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Su un piatto della bilancia ci sono 31,6 milioni di nuovi contratti, sull’altro 29,2 milioni di “cessazioni”. Da un lato e dall’altro, in due casi su tre si tratta di rapporti a termine, mentre il tempo indeterminato rappresenta circa un quinto (21% delle entrate e 20,5% delle uscite) e tutto il resto si divide tra apprendistato, collaborazioni e lavoro somministrato. È questo, in estrema sintesi, il bilancio di tre anni di Jobs act, con i riflettori puntati dal 7 marzo 2015 in avanti, che segnano il debutto del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, riducendo nelle imprese con oltre 15 addetti la possibilità di reintegra nei casi di licenziamento illegittimo (e con risarcimenti economici in base all’anzianità di servizio).Una riforma che ha ridisegnato buona parte delle regole del mercato del lavoro dagli ammortizzatori sociali fino al welfare, e per la quale manca ancora la piena attuazione del tassello sulle politiche attive.

Ora che dalle urne sono usciti vincitori – sebbene senza maggioranza - quei partiti che hanno messo tra i primi punti dei programmi il restyling del Jobs act tutta questa impalcatura potrebbe subire scossoni, più o meno marcati, anche se l’incertezza regna sovrana sulla scena politica e ci vorranno diverse settimane per far ripartire il nuovo Parlamento e arrivare poi alla formazione del Governo. La coalizione di centro destra punta a ripristinare i “vecchi” voucher, ad azzerare i contributi sull’apprendistato formativo e a riconoscere un forte sgravio contributivo (zero tasse e contributi per sei anni) a chi assume i giovani in pianta stabile, rispetto al bonus strutturale attualmente in vigore che si traduce in uno sconto del 50% dei contributi a chi recluta lavoratori under 35 a tempo indeterminato (under 30 dal 2019). La Lega nel corso della campagna elettorale ha proposto anche il ripristino dell’articolo 18, un punto di contatto - insieme al salario minimo - con il Movimento 5 Stelle, che tra le proprie priorità, sempre stando al programma elettorale, ha indicato il deciso superamento del Jobs act. Il partito capeggiato da Luigi Di Maio vorrebbe ripristinare la reintegra nelle aziende sopra i 15 dipendenti anche nei casi di licenziamento economico illegittimo, mentre per i contratti a termine punta a reintrodurre le causali e a rendere più alti i costi. Per i pentastellati poi la leva del reddito di cittadinanza è collegata al decollo dei centri per l’impiego sui quali si vorrebbero investire due miliardi.

Dalle promesse elettorali, insomma, si annuncia uno scossone al Jobs act e solo nei prossimi mesi riusciremo a vedere in che misura si concretizzerà, anche facendo i conti con le risorse disponibili.

Per ora è possibile tracciare un bilancio del primo triennio di tutele crescenti: dai numeri emerge in maniera chiara che senza incentivi robusti il contratto a tempo indeterminato non decolla, anche “cancellando” l’articolo 18.

Nel corso del 2015 - con l’esonero contributivo triennale fino a 8.060 euro per lavoratore - si sono registrate tante assunzioni e trasformazioni a tempo indeterminato quante non se ne vedevano prima della crisi. Quasi 2,9 milioni in tutto l’anno - in base ai dati del ministero del Lavoro sul sistema delle comunicazioni obbligatorie - e oltre 2,2 milioni dall’avvio del contratto a tutele crescenti. Le cessazioni, invece, sono rimaste stabili, in linea con il 2014,con il risultato di quasi 800mila assunti a tempo indeterminato in più. Ma già nel 2016, a incentivi “ridimensionati”, si è ritornati ai livelli del 2014, e nel 2017 anche sotto, con poco più di 1,9 milioni di contratti a tempo indeterminato, nuovi o da trasformazioni di contratti a termine, e saldi complessivamente negativi per 62mila contratti.

A decollare, invece, è stato il contratto a tempo determinato, per il quale il Jobs act, con la legge 78 del 2014, ha abolito l’obbligo di indicare la causale, cioè il motivo per cui veniva stipulato, e riconosciuto la possibilità di massimo 5 proroghe entro il tetto dei 36 mesi. Nonostante il costo maggiore - l’aliquota contributiva è stata aumentata dell’1,4% -nel 2017 si è arrivati a superare la soglia di 7,3 milioni di attivazioni (il 67% del totale), rispetto a 6,7 milioni di cessazioni. In ripresa, ma su livelli molto più bassi, il contratto di apprendistato, con le attivazioni passate da 257mila nel 2014 a 324mila nel 2017 (e con le cessazioni leggermente calate da 178 a meno di 177mila).

Sul fronte opposto, dalla fotografia sul sistema delle comunicazioni obbligatorie si intravede un rallentamento delle cessazioni di contratti a tempo indeterminato nel 2016 e nel 2017 che può effettivamente indicare una maggiore “sopravvivenza” dei nuovi contratti, anche se bisognerà attendere i primi dati del 2018 per testare la tenuta dei contratti una volta concluso il periodo incentivato sia dalla decontribuzione triennale del 2015 sia da quella biennale “light” (esonero contributivo del 40%)del 2016. E se il totale di dimissioni e pensionamenti è rimasto sostanzialmente stabile confrontando il 2017 con il 2014, i licenziamenti sono invece calati, passando da poco più di 919mila a 890mila. Sembra quindi che il paventato rischio di un’ondata di licenziamenti per ora non ci sia stato.

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