Fisco
Una flat tax ma ben temperata
di Maurizio Leo
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Negli ultimi tempi si è rianimato il dibattito su una riforma strutturale del nostro ordinamento tributario e, in particolare, sulla tassazione delle persone fisiche. Finalmente si sta seriamente ragionando su un sistema fiscale orientato alla flat tax, vale a dire basato su una aliquota nominale “piatta” applicabile a tutti i contribuenti. È una buona notizia perché, per la prima volta, si sta seriamente pensando a una riforma del nostro modello impositivo.

Una riforma che non consista in un mero intervento di manutenzione come nel caso delle recenti innovazioni, per le quali impropriamente si è parlato di riforma fiscale.

L’erosione dell’Irpef

Diversi commentatori si sono spesi sulle ragioni per le quali un sistema ad aliquota piatta sarebbe positivo ovvero negativo. Mi pare, però, certamente condivisibile il ragionamento di chi evidenzia che, nel corso del tempo, vi è stata una erosione, oggettiva e incontrovertibile, dell’imposta personale onnicomprensiva e progressiva. Anche chi continua a ritenere la progressività il principio fondamentale cui ancorare le scelte di politica fiscale, non può non considerare come la reale curva della imposizione sia solo in (piccola) parte rappresentata dalle aliquote crescenti applicate al reddito complessivo.

Infatti, per comprendere come e in che misura concretamente si realizzi il prelievo, è necessario tenere conto che alle regole ordinarie dell’Irpef sono già da tempo sottratte componenti di reddito assolutamente rilevanti quali, ad esempio, i redditi dei terreni e i redditi di capitale. Negli ultimi tempi, poi, ulteriori componenti di reddito sono state sottratte alla progressività, come segnalato anche sul Sole 24 Ore del 10 luglio: si pensi ai redditi derivanti dalle locazioni immobiliari, per i quali è applicabile la cosiddetta cedolare secca, ai redditi di lavoro autonomo, per i quali è applicabile, a certe condizioni, il regime dei minimi, ai redditi esteri dei soggetti non residenti che si trasferiscono in Italia, tassati con un’imposta forfettaria, ai redditi delle imprese individuali e delle società di persone, che possono applicare la tassazione proporzionale prevista dalla nuova Iri.

Da ultimo, molto recentemente, anche le (spesso consistenti) remunerazioni corrisposte ai gestori dei fondi di investimento - il cosiddetto carried interest - sono state sottratte alla progressività propria dei redditi di lavoro dipendente, attraverso un inquadramento tra i redditi di capitale.

La ricerca di un nuovo modello

Se questo è lo scenario - e così è - non si comprende come possa essere eccepita l’inapplicabilità della flat tax, in nome di una strenua e di fatto acritica difesa della progressività. Spesso, purtroppo, logiche politiche, peraltro passate, fanno premio sulla lucidità e sull’attualità dell’analisi. A guardarlo bene, quello italiano, è un modello di imposizione già “appiattito”, ma in conseguenza di scelte disordinate, non organiche, incoerenti e, a volte, poco condivisibili.

È giunto certamente il momento di un ripensamento complessivo del nostro modello di imposizione dei redditi personali che superi quello attuale, compiendo scelte ormai non più rinviabili, incentrate sulla semplificazione e sulla riduzione della insostenibile pressione fiscale. D’altra parte, il tema di un prelievo equilibrato si pone solo se e nella misura in cui esista un reddito da tassare. Oggi, però, anche in ragione della enormità del carico fiscale, i redditi sono sempre di meno e sempre più esigui.

Sembra, quindi, assolutamente essenziale costruire un modello nuovo di imposizione, basato su un’aliquota unica, in cui la progressività e la redistribuzione vengano garantite con un sistema calibrato di deduzioni, che sostituisca le attuali tax expenditures e che tenga conto della presenza di un nucleo familiare, nonché di sussidi per gli incapienti. Si tratterebbe di una vera e propria rivoluzione copernicana che, come tale, va realizzata con la necessaria attenzione e gradualità, passando, cioè, per una fase di progressivo allineamento al nuovo modello.

In questa fase, necessariamente breve, si potrebbe dare una prima concreta attuazione a una imposizione incentrata su una aliquota piatta. Si potrebbe immaginare che l’aliquota ridotta possa essere applicata esclusivamente all’incremento del reddito complessivo sul periodo d’imposta precedente. Ad esempio, se rispetto al reddito complessivo di 100 del 2017, si realizza un incremento di 50 (con un reddito complessivo del 2018 di 150), solo su questo maggior reddito (50) si potrebbe applicare una aliquota ridotta. Inoltre, potrebbe essere previsto un ulteriore sconto di imposizione, per tutti i redditi di lavoro autonomo o di impresa, laddove sia dimostrabile un incremento della base occupazionale con forme di impiego stabili.

Una soluzione di questo tipo avrebbe il pregio di realizzare uno stimolo alla produttività, alla crescita nonché alla emersione di redditi in precedenza occultati all’Erario. Inoltre si consentirebbe un migliore monitoraggio della reale ricchezza del Paese, da tassare nel nuovo modello di imposizione flat. Insomma, passando da questa prima fase, si potrebbe arrivare, in tempi rapidi, a un sistema strutturale incentrato sulla applicazione generalizzata di una aliquota unica e ridotta, che comprenda anche una sostituzione delle attuali tax expenditures, nonché sulla attribuzione di sussidi per gli incapienti.

Solo quando si fa una scelta si cambia il futuro e mi sembra ormai giunto il momento di non rivolgere la testa all’indietro. Occorre, infatti, avere il coraggio di cambiare perché, come diceva Nelson Mandela, tutto «sembra sempre impossibile fino a quando non viene fatto».

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