USA
Nord Corea, tutti i nodi da risolvere per realizzare l’accordo Trump-Kim
di Stefano Carrer
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Una grande promessa in cambio di una grande promessa: è il senso del documento congiunto firmato a Singapore da Donald Trump e Kim Jong-un, che abbonda in dichiarazioni di intenti ma appare carente in termini di concretezza. Trump si impegna a offrire garanzie di sicurezza al regime e Kim riafferma il suo fermo impegno verso una completa denuclearizzazione della penisola coreana.
L’impegno congiunto è quello di stabilire “nuove relazioni in accordo con il desiderio dei popoli dei due Paesi per la pace e la prosperità” e quindi per stabilire “un regime di pace stabile e duraturo nella penisola”.

In stile enfatico, il comunicato congiunto definisce il summit a due un “evento epocale” ma affida la sua traduzione in pratica “il prima possibile” a successivi negoziati guidati dal segretario di Stato Mike Pompeo.
Si parla di “mutual confidence/building”, il che pare implicare un processo graduale e quindi una flessibilità americana rispetto alla precedente insistenza su un completo, verificabile e irreversibile smantellamento dell’arsenale nucleare nordcoreano prima di significative concessioni: se Kim farà qualche passo concreto ma non certo totale o irreversibile, sarà difficile mantenere intatte le attuali sanzioni internazionali. Inoltre nella dichiarazione non si parla affatto di missili, quando invece le tensioni erano andate alle stelle l’anno scorso proprio in seguito al test di un missile intercontinentale potenzialmente in grado di colpire l’America del Nord.

Molti osservatori appaiono delusi dalla vaghezza e genericità dello statement. Robert Kelly, professore di scienze politiche alla Pusan National University, parla addirittura di comunicato “deprimente” in quanto più debole di quanto anche parecchi scettici avessero anticipato: «Pensavo che almeno Trump ottenesse qualcosa su missili o chiusura di siti o comunque qualcosa di concreto». Nulla su intrusive verifiche internazionali sull’arsenale nucleare nordcoreano, nulla per cercare di definire cosa si intenda per “denuclearizzazione della penisola”: secondo precedenti prese di posizione americane, dovrebbe trattarsi di un processo “completo, verificabile e irreversibile” in Corea del Nord, mentre Pyongyang in passato l’ha sempre intesa anche come cancellazione dell’”ombrello nucleare” americano sulla Corea del Sud e anche sul Giappone.

A molti esperti non è chiaro come Trump (o più in generale gli Usa) possa suonare credibile alle orecchie di Kim quando offre “garanzie di sicurezza”. Tanto più che, nel caso dell’Iran, si è visto che un cambio di Amministrazione Usa può portare all’annullamento di impegni internazionali presi anche molto più specifici. Idem in senso inverso: occorre un atto di fede, e non un documento firmato, per credere che Kim voglia smantellare davvero tutto il suo arsenale di deterrenza strategica.

Ad ogni modo, Trump ha sottolineato che il summit è andato meglio di ogni aspettativa e Kim ha parlato di chiudere con il passato e offrire al mondo un grande cambiamento. E il presidente ha dichiarato che ci saranno numerosi altri incontri, invitando Kim alla Casa Bianca. Rispetto alle minacce di guerra nucleare che circolavano solo pochi mesi fa, non è poco. Ma c’è chi non sarà affatto contento: dal Giappone – che vede una permanenza indefinita di una minacciosa Corea del Nord nuclearizzata – agli attivisti dei diritti umani che disdegnano il riconoscimento di status internazionale ottenuto dal dittatore Kim a Singapore.

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