Europa
I moniti dell’Europa non sono tutti uguali
di Alberto Orioli
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Se il vicepresidente della Ue Valdis Dombrovskis chiede all'Italia e al nuovo governo di rispettare gli impegni sulla riduzione del debito, dice una cosa che innanzitutto preme a noi come italiani.
Il 132% di rapporto debito/Pil non è sostenibile a lungo e ogni anno divora oltre 60 miliardi di interessi che lo Stato paga per rendere appetibili i suoi bond sul mercato.
Migliorare l'assetto dei conti pubblici non è un mantra statistico o un tic comunitario. È una necessità per non proseguire nello sciacallaggio tra generazioni, fatto di spese decise oggi e pagate dai nostri figli o nipoti.
Il fiscal compact in realtà è da ripensare, magari togliendo a quelle regole il talebanismo rigorista con cui sono state applicate, ma la rotta per far quadrare i conti va mantenuta.
Quanto però l'Europa ci avverte di non cambiare politica sull'immigrazione - come ha fatto il commissario Dimistris Avramopoulos - dimentica che su questo tema è proprio l'Europa che non ha brillato nella gestione dei flussi e delle quote.
Spesso, troppo spesso, ha lasciato l'Italia da sola. E poco serve ora ricordare, quasi in modo sprezzante come ha fatto appunto Avramopoulos, che la Ue ci ha dato le risorse per gestire l'emergenza.
L'immigrazione è un tema su cui è l'Europa che deve ancora trovare una politica comune degna di questo nome.

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