Europa
Rivera con Ciudadanos vuole diventare il Macron di Spagna
di Luca Veronese
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L’ambizione non gli manca. E nemmeno l’opportunismo politico. Albert Rivera vuole diventare il Macron di Spagna e i sondaggi sembrano sostenere il suo progetto. Ciudadanos, il movimento da lui fondato dieci anni fa, è salito rapidamente dalla dimensione locale a quella nazionale. Togliendo voti soprattutto ai Popolari di Mariano Rajoy e contribuendo, assieme agli indignati di Podemos, a scardinare il bipartitismo che ha governato in Spagna, quasi senza soluzione di continuità, dalla fine della dittatura. Rivera parla di «rivoluzione liberale», di «nuovo contro vecchio», di «liberalismo e società aperta contro nazionalismo, populismo e chiusure». «Lo vediamo in tutta Europa e anche nel mondo: in Francia - spiega - Emmanuel Macron ha battuto il sistema esistente, il Canada sta cambiando con Justin Trudeau... Ciudadanos sta facendo lo stesso per la Spagna».

Ciudadanos (nei sondaggi) primo partito di Spagna
Catalano di Barcellona, 38 anni, due matrimoni, una figlia, Rivera «unisce la freschezza delle nuove generazioni ai modi eleganti della vecchia borghesia spagnola, il sorriso aperto e i capelli sempre in ordine», dice una sua ex collaboratrice. Avvocato, con la parlantina sciolta e un master in Diritto costituzionale, fino al 2006 ha lavorato anche come consulente legale per la Caixa. Poi si è buttato anima e corpo in politica: nell’Assemblea catalana e nel Parlamento spagnolo. Ciudadanos nasce per contrastare la crescente spinta secessionista della Catalogna e incrocia presto anche le aspirazioni di molti catalani e spagnoli, centristi o di destra, stanchi dei Popolari: sfrutta in pieno e da destra il sentimento anti-casta a volte scadendo nella demagogia: la lotta alla corruzione diventa uno degli elementi basilari della sua proposta.
Secondo gli ultimi sondaggi di Metroscopia, se si votasse domani Ciudadanos sarebbe il primo partito spagnolo con il 28,3% dei consensi, davanti ai Popolari al 21,9% e ai Socialisti fermi al 20,1 per cento. Lontano il movimento Podemos, l’altro agitatore della politica spagnola, con solo il 16,8% delle intenzioni di voto.

Da Barcellona a Madrid
È stata la crisi della Catalogna, lo scontro tra Madrid e la Generalitat di Barcellona a far crescere Ciudadanos: Rivera è sempre stato inflessibile, più di Rajoy, nel contrastare le rivendicazioni secessioniste e ha conquistato gli unionisti catalani e di tutta la Spagna, tutti quelli che non vogliono l’indipendeza della Catalogna hanno visto in lui il vero difensore dell’unità nazionale. Dopo il commissariamento della Generalitat, e l’azzeramento dell’indipendenza di Barcellona, Ciudadanos è stato il più votato nelle elezioni regionali convocate da Rajoy. E pur potendo fare poco contro la maggioranza dei partiti indipendentisti (ancora bloccata, a quasi due mesi dal voto, tra Carles Puigdemont a Bruxelles e Oriol Junqueras in carcere) ha segnato una rottura con il passato.
Rivera si pone comunque, almeno nelle aspirazioni, come un avversario e un’alternativa a Mariano Rajoy. In prossimità delle scadenze elettorali alimenta la contrapposizione salvo poi far emergere la sua natura di mediazione, se non la sua furbizia politica. «Non ho alcuna intenzione di dare il mio appoggio a Rajoy per formare un governo di coalizione. Se i risultati del voto non permetteranno a Ciudadanos di esprimere direttamente il capo del governo, beh, allora faremo il nostro dovere dai banchi dell’opposizione», disse prima del voto del 2015. E dovette faticare non poco per fare digerire ai suoi elettori la svolta che l’ha portato a sostenere l’attuale governo Rajoy seppur «per il bene del Paese» e «per evitare il caos politico» nel quale la Spagna era precipitata dopo due consultazioni politiche e un anno senza governo nel pieno delle sue funzioni.

Il governo e lo scontro con i Popolari di Rajoy
Rivera non ha mai nascosto le sue ambizioni. Da grande vuole fare il premier. E anche la sua alleanza con Rajoy a Madrid fa parte della sua strategia di avvicinamento ai palazzi del potere. Non c’è dubbio che Ciudadanos abbia contribuito a superare il bipartitismo, quasi perfetto della politica spagnola nazionale, si è aperto uno spazio di voti che deve ancora essere riempito: negli ultimi dieci anni il Partito popolare e il Partito socialista hanno perso qualcosa come otto milioni di elettori. Ciudadanos nel voto del 2016 ne ha raccolti poco più di tre milioni.
Rajoy è in difficoltà, il suo governo è fragile, ma non cederà facilmente la leadership del centro-destra spagnolo. I Popolari possono vantare buona parte dei meriti per un’economia che continua a crescere (il governo ha già rivisto al rialzo al 2,5% le stime sul 2018 dopo l’espansione sopra il 3% degli ultimi anni) e per la disoccupazione in calo (sebbene ancora tra le più alte in Europa con il 16,5%). Ciudadanos inoltre non può contare sulla macchina che ha il Partito popolare sul territorio e sul sostegno che anche nella crisi catalana, Rajoy ha dimostrato di avere in Europa.
Già due volte inoltre, nel 2015 e nel 2016, Ciudadanos è andato al voto con il favore dei sondaggi, per poi trovare nelle urne un risultato buono, anche ottimo per un movimento così giovane. Ma non certo corrispondente alle ambizioni di Rivera che vuole diventare il Macron di Spagna.

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