Medio Oriente e Africa
Dall’apartheid alla corruzione, la parabola del Sud Africa di Zuma
di Ugo Tramballi
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«Dimissioni urgenti! Per il bene del paese». È con queste parole, a metà fra un ordine perentorio e un'invocazione disperata, che forse si chiude la stagione di potere e corruzione di Jacob Zuma: troppo lunga e inaccettabile in qualsiasi paese democratico ma blasfema per la nazione che Nelson Mandela aveva lasciato in eredità ai sudafricani.

“Forse” si chiude perché per il paese e l'African national congress alla fine non sarà facile liberarsi del presidente uscente dell'uno e dell'altro. Anche dopo le dimissioni ufficiali. Quella di Zuma, combattente contro l'apartheid e politico corrotto una volta raggiunto il potere, è una parabola africana ma non sudafricana. E copre quasi tutta la giovane vita della democrazia sudafricana iniziata nel 1994. Dal 1999 al 2008, Jacob Zuma era già stato il vice-presidente di Tabo Mbeki, successore di Mandela. Nonostante già in quell'epoca fossero scoppiati gravi scandali di corruzione, riciclaggio, traffico d'armi e d'altro, Zuma riuscì a imporsi come nuovo leader dell'Anc e successore di Mbeki alla presidenza del paese.

Nel suo doppio mandato presidenziale dal 2009 a – tecnicamente – oggi, l'immagine, i comportamenti del potere e i dati economici del paese sono sprofondati ai livelli del resto dell'Africa. La nazione che doveva essere un modello di libertà, democrazia e sviluppo in questi ultimi nove anni si è invece affiancata al degrado generale del continente. La costituzione che varie volte Zuma aveva violato non consente un triplo mandato presidenziale. Per questo il leader del paese e dell'Anc aveva favorito la candidatura della ex moglie Nkosazana Dlamini Zuma: non solo per essere protetto alla fine dell'immunità presidenziale ma per tenere in vita una rete di corruttela che, secondo i giudici, stava destabilizzando la nazione.

Il progetto era fallito due mesi fa quando, all'assemblea generale dell'Anc, la base aveva invece scelto Cyril Ramaphosa: la regola del partito stabilisce che chi diventa presidente del partito l'anno elettorale successivo è il suo candidato alla presidenza del paese. Ramaphosa era stato il braccio destro di Mandela e il giovane che negli anni Novanta aveva scritto la nuova costituzione provvisoria con la quale il Sudafrica era uscito dall'apartheid.

L'evidente intenzione di Zuma era di restare in carica nei 14 mesi che mancano alle elezioni del 2019, nella speranza di modificale il cammino stabilito: per salvare se stesso più che per restare al potere. Da tempo invece la maggioranza del partito gli chiedeva di dimettersi prima della fine naturale del suo mandato. Non solo: è l'opinione pubblica a chiederlo. A dispetto della discesa verso i modelli continentali negativi, il Sudafrica continua ad avere un sistema giudiziario indipendente e una stampa libera. Cosa accadrà ora?

Non è del tutto improbabile che le presidenziali possano essere anticipate, come chiede Mmusi Maimane, il capo di Alleanza democratica, il più grande partito d'opposizione. Alle ultime elezioni amministrative Ad aveva conquistato le amministrazioni delle quattro principali aree metropolitane del paese. Con Dlamini Zuma, cioè con l'eredità di Jacob Zuma ancora alla guida dell'Anc, probabilmente il grande partito di Mandela e della liberazione avrebbe perso le elezioni: un passaggio dell'Anc all'opposizione prima o poi sarà salutare per la democrazia sudafricana. Ma non avverrà alle prossime elezioni: Ramaphosa potrebbe riportare l'Anc ai risultati plebiscitari precedenti all'epoca di Zuma.

Per l'Africa non dovrebbe cambiare molto. Per quanto sia la democrazia più solida e l'economia più vitale – o meno problematica – del continente, per la sua storia passata il Sudafrica non ha mai cercato di essere un paese guida: sul piano geopolitico né economico. Non vuole e per molti versi non può esserlo, fino a che il paese non avrà risolto il suo fondamentale squilibrio: 24 anni dopo la fine dell'apartheid, il potere politico è nelle mani della grande maggioranza della popolazione nera. Ma quello economico resta largamente controllato dai bianchi. Ramaphosa ripristinerà la legalità e la trasparenza. Ma è presto per sapere se e come ridurrà lo squilibrio razziale senza distruggere il grande potenziale economico del Sudafrica.

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