Medio Oriente e Africa
Kenya, un Paese diviso tra modernità e mondo arcaico
di Alberto Negri
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Il Kenya ha due volti, uno moderno e affluente, un altro arretrato e arcaico. Possono convivere o entrare in conflitto come nel 2007 quando migliaia di persone a colpi di panga e machete restarono uccise dopo le elezioni in scontri tribali che fecero di Kibera, il più grande slum di Nairobi, un campo di battaglia. Il timore è che l’incubo si possa ripetere dopo la vittoria che riconferma alla presidenza con il 54% dei voti contro il 45% (risultati provvisori) Uhuru Kenyatta contro il rivale di sempre, Raila Odinga, leader dell’opposizione che contesta duramente la regolarità del voto. Già si contano i primi morti.

Le due facce del Kenya sono perfettamente rappresentate da Kenyatta e Odinga. La loro è solo in parte una lotta tribale - il primo è un kikuyu, il secondo un luo - è anche un conflitto tra due dinastie che hanno portato il Kenya all’indipendenza dopo il colonialismo britannico. I loro padri, Jomo Kenyatta e Jaramogi Odinga, erano alleati contro i britannici poi si separarono diventando le due famiglie rivali del Paese senza dimenticare di accumulare ricchezze miliardarie.

Come mai il Kenya, arruolato in Somalia nella lotta al terrorismo jihadista, che vanta uno sviluppo economico in media del 5%, che è il più digitalizzato degli Stati dell’Africa orientale, che grazie ai cinesi aspira a diventare un hub strategico delle comunicazioni, è sempre sull’orlo dell’esplosione? Qualche tempo fa è stato proprio Kenyatta a dare la sua versione della storia: «Quando i missionari vennero per la prima volta in Kenya loro avevano le Bibbie e noi avevamo la terra, cinquant’anni dopo noi avevamo le Bibbie e loro avevano la terra». La sua famiglia, simbolo della predominanza dell’etnia kikuyu, possiede 2mila chilometri quadrati di terra arabile sui 113mila del Paese. Ma questo non meraviglia nessuno, dopo i Kenyatta è toccato a Daniel Arap Moi, successore alla presidenza di Jomo, diventare un grande proprietario e favorire per un ventennio a colpi di pulizia etnica la sua tribù, i kalenjin. Il capo dell’opposizione, Raila Odinga, rivale nel 2007 dell’ex presidente Mwai Kibaki - manco a dirlo un altro latifondista - è un luo, etnia che si è sentita storicamente emarginata dai kikuyu, ma Raila a sua volta è un miliardario con un passato marxista e legami con le multinazionali.

«Non cerchiamo rivoluzionari dove non esistono - scriveva Mukoma Wa Ngugi, poeta e saggista - la maggioranza dei kenyani, che siano luo, kikuyu, luhya o altro, sono poveri, il 60% vive con due dollari al giorno e questo riguarda tutti, senza differenze. I ricchi kikuyu prosperano a spese dei poveri kikuyu e lo stesso avviene per gli altri. Il richiamo etnico viene sfruttato dalle élite, in modo occulto o palese, per nascondere le cause profonde del disagio».

Ma la questione della terra rimane all’origine del conflitto, qui come in altri Stati della regione, dal Ciad al Sudan allo Zimbabwe, e percorre la storia del Paese con memorie sanguinose e incancellabili. All’inizio degli anni ’50 circa 40mila coloni, per lo più britannici, possedevano 2.500 fattorie negli Altipiani Bianchi, oggi la maggioranza dei kenyani vive nelle baraccopoli, cioè occupa meno del 10% del territorio, la metà delle terre arabili è invece in mano al 15% della popolazione ma i due terzi possiedono meno di un acro.

Dovremmo pensare anche a questi dati quando si parla di Africa, di sviluppo e ci si interroga sulle migrazioni contemporanee.

Tutto questo non esclude l’altro volto del Kenya, quello strategico, come hub dell’Africa orientale e dei Grandi Laghi. In questo contesto rientra il “Kenya’s standard gauge railway” (Sgr), una ferrovia di 600 chilometri che collega Mombasa a Nairobi finanziata dai cinesi dell’Exim. Un progetto che verrà esteso a Uganda e Ruanda mentre sono in costruzione un porto e una raffineria di petrolio sulla costa di Lamu, con una ferrovia lunga 1.500 chilometri per collegare lo scalo a Sud Sudan e Etiopia, accompagnata da un’autostrada e da un oleodotto sullo stesso percorso.

Il piano potrebbe cambiare gli equilibri dell’intera Africa orientale. Il corridoio darebbe all’Etiopia un nuovo sbocco al mare alternativo a Gibuti (dove già arriva da Addis la ferrovia dei cinesi) e consentirebbe al Sud Sudan di liberarsi dal potere che esercita Khartoum sulla sua produzione petrolifera. Anche per questo il futuro e la stabilità del Kenya non interessano soltanto le dinastie Kenyatta-Odinga e gli slum insanguinati da Nairobi.

10 AGOSTO 2017
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