USA
La svolta di Trump e la sponda anti-populismi
di Mario Platero
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Se c’è un messaggio centrale in arrivo dall’incontro a Washington fra Donald Trump e Paolo Gentiloni è che per favorire la diplomazia occorre a un certo punto dare una dimostrazione di forza. Soprattutto quando dall’altra parte c’è la Russia di Vladimir Putin. L’intesa fra Italia e Stati Uniti su questo punto è chiarissima, l’unità contro i suprusi, contro l’annessione dell’Ucraina e contro gli eccessi di forza che abbiamo visto deve essere riaffermata anche nel G7 di Taormina. Con un caveat, alle prove di forze occorre poi dar seguito con un’apertura. L’America di Trump questo lo ha sussurrato dopo il viaggio a Mosca di Rex Tillerson. Gentiloni lo ha detto in modo fin troppo esplicito. Ma al di là delle posizioni sui singoli dossier, dalla Libia, all’immigrazione, all’ambiente il fatto che Gentiloni sia stato il primo leader europeo a incontrare Trump dopo il cambiamento di 180 gradi in politica estera del Presidente americano ha già portato un risultato: Mosca è in questo momento all’indice, e non solo per la Siria o l’Ucraina, ma per il continuo tentativo di favorire il rafforzamento di movimenti nazionalisti e populisti che hanno come unico obiettivo la spaccatura dell’Ue.

La cosa non riguarda solo Trump, la preoccupazione per le interferenze russe nei processi politici ed elettorali europei è ormai l’argomento più discusso nella Capitale americana, soprattutto in vista delle elezioni francesi di domenica. Per tutti citiamo John Hamre, il capo del Center for Strategic and International Studies, uno dei più importanti think tank di politica estera della capitale, dove ieri Gentiloni ha tenuto una conferenza. Per lui e dunque per il CSIS, una vittoria di Marine Le Pen in Francia e un rafforzamento dei movimenti populisti e nazionalisti che vogliono la spaccatura dell’Europa avrebbe conseguenze catastrofiche per gli Usa. Il viaggio del nostro Presidente del Consiglio non poteva capitare in un momento più propizio: nelle ultime settimane Trump ha ribaltato il tavolo della sua politica estera, ha denunciato la Russia di Putin e aperto un dialogo con la Cina di Xi Jinping, ha moderato la sua retorica aggressiva, messo da parte l’ideologo populista Stephen Bannon, affermato la continuità di certi interessi americani e recuperato una posizione di leadership più tradizionale degli Usa.

Di certo, la rottura con Putin ha avuto un forte impatto nella politica europea. Ha portato confusione nei movimenti populisti che vedevano nella sintonia Putin-Trump fino a un paio di mesi fa una bandiera unitaria per la loro battaglia nazionalista. Con la fine della luna di miele e anzi con il passaggio di Trump al confronto con Mosca, anche i populisti europei hanno dovuto scegliere. E generalmente hanno scelto Putin. E Trump ha finalmente capito che gli interessi americani di lungo termine sono allineati con una Ue solida. Lo ha capito dopo aver messo da parte il populista/nazionalista Stephen Bannon per ascoltare i suoi ministri di peso come Jim Mattis alla Difesa, Rex Tillerson agli Esteri e HR McMaster al Consiglio per la Sicurezza Nazionale, profondi conoscitori degli interessi strategici americani. E ha capito che un forte indebolimento dell’Europa avrebbe giovato soltanto alla Russia di Putin. Così ieri Trump è stato esplicito: «Un’Europa forte è molto importante per me ed è nell’interesse strategico degli Stati Uniti»

Non è un caso se le dichiarazioni sul pericolo russo sono state riaffermate ieri, alla vigilia delle elezioni francesi: vogliono essere un avvertimento per gli elettori di centro ammaliati dal candidato della destra populista, Marine Le Pen. Le Pen, in sintonia con gli altri populisti europei è pro Putin: è andata in visita a Mosca appena due settimane fa, ha chiesto l’eliminazione delle sanzioni per l’invasione dell’Ucraina e del congelamento di certe attività patrimoniali. Posizioni non dissimili da quella di Trump all’inizio del mandato. Ma oggi le scelte sono più definite. Ed è questo il messaggio non secondario: chi fra i centristi moderati preferisce la Russia è “contro” l’America.

È in questo contesto che il compito di Gentiloni ieri è stato più agevole. Rispetto alle posizioni oltranziste della prima ora nei confronti dell’Europa Trump è cambiato. Attenzione, alcune delle sue richieste, ad esempio un aumento al 2% del Pil in spese militari per far fronte agli impegni Nato restano, ma non sono da scartare. Gentiloni dovrebbe esprimere un impegno chiaro per il rispetto degli obblighi Nato e anzi suggerire una accelerazione previa approvazione europea per l’esclusione di queste spese dal computo dei nostri conti pubblici. Queste spese sono investimenti e stimoli per l’economia e dovrebbero essere trattate in modo diverso dall’attuale.

Se da ieri l’Ue resta centrale per la politica americana, l’introduzione di maggiori flessibilità per accogliere politiche fiscali di stimolo, in arrivo soprattutto dalla Germania, ma anche da nuove politiche di bilancio europee e da altre riforme ad esempio in tema immigrazione, sono essenziali. Una crescita europea più forte aiuterà la crescita americana, ma soprattutto continuerà ad allentare le tensioni populiste e nazionaliste in Europa. Su questo terreno i percorsi di Trump e di Gentiloni sono convergenti, perché contribuiranno ad allentare le pressioni di quella che Gentiloni ha chiamato la “tempesta perfetta”, la coincidenza di difficoltà economiche con forti flussi immigratori e con Brexit. La soluzione a questi problemi non è certo nei nazionalismi. Soprattutto non verrà dalla Russia di Putin che ha come unico interesse quello di riconquistare la sua vecchia area di influenza su un’Europa debole, come capitava ai tempi dell’Unione Sovietica e della Guerra Fredda.

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