Stili-Tendenze
Il designer di gioielli che fece sognare la New York degli anni Settanta: la vita breve e dorata di Aldo Cipullo
di Chiara Beghelli
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Ventenne, biondo e con gli occhi azzurri, quando sbarcò a New York nel 1959 Aldo Cipullo poteva sembrare un divo di Hollywood invece di un ragazzo italiano con la passione dei gioielli. Era arrivato da Roma, figlio del proprietario di un’azienda di bijoux, Giuseppe, che gli aveva trasmesso l’amore per materiali e forme preziose. Aveva studiato design a Firenze, ma era all’America che guardava, come molti giovani di talento prima e con lui. Diventerà uno dei nomi simbolo della gioielleria degli anni Settanta, un protagonista della città di quegli anni, assiduo frequentatore dello Studio 54. Grazie all’oro, a un cacciavite e a un chiodo.

Cipullo si perfeziona alla New York School of Visual Arts, e inizia poi a collaborare con marchi come David Webbs e Tiffany & Co.. Ma la sua grande occasione si chiama Cartier: ha solo 33 anni quando la maison lo nomina direttore creativo, dando spazio e fiducia alla sua visione. Una scommessa ampiamente ripagata. È il 1969, l’anno dello sbarco dell’uomo sulla Luna, quando Cipullo firma un gioiello che nella sua semplicità e innovazione, ma anche nella sua densità di significati sociologici, diventerà uno dei simboli di Cartier e uno dei suoi long seller.

Si tratta del bracciale “Love”, formato da due fasce d’oro tenute insieme e strette al polso dell’amato/a tramite un piccolo cacciavite. È uno dei primi gioielli “unisex” in assoluto e può essere indossato in ufficio come in discoteca. Per lanciarlo, Cartier mette a punto una strategia che coinvolge gli “influencer” dell’epoca, e per l’epoca molto innovativa: regala 25 coppie di braccialetti ad altrettante coppie celebri, fra cui Elizabeth Taylor e Richard Burton, allora felicemente sposati. Lei decide di indossare il Love nel film “X, Y & Zee”, che Cipullo si dice vedrà ben quattro volte solo per ammirare la sua creatura brillare sul grande schermo.

Il successo è immediato, Cipullo è consacrato come uno dei più importanti designer di gioielli del suo tempo. E nel 1972 è la volta di un altro gioiello-icona, “Juste un Clou”, un chiodo ritorto su se stesso, una forma potente, immediata, sexy, pensata anche questa per uomini e donne. Cartier lo rilancerà poi nel 2012, in occasione di una mostra a New York dedicata proprio a Cipullo, anche in nuove versioni impreziosite da diamanti.

Il successo è tale che a Cipullo viene concesso di firmare i suoi gioielli per Cartier, possibilità che solo lui avrà mai nella storia della maison del gruppo Richemont. Nel 1973, il prezioso pendente con la mano di Fatima indossato da Ellen Burstyn nel film blockbuster “L’esorcista” è una sua creazione.

Nel 1974, però, Cipullo decide di intraprendere la sua strada da freelance e fonda la sua società: il suo nome è talmente noto che quattro anni dopo la American Gem Society gli commissionerà una collezione di 31 creazioni che celebri le gemme americane, gli zaffiri del Montana, i diamanti dell’Arkansas, i turchesi dell’Arizona, oggi esposta allo Smithsonian Museum di Washington.

Ma nel 1984, a 46 anni, un infarto pone fine a quella vita dorata. Oggi è il fratello Renato, che lo aveva raggiunto a New York nel 1970, a continuare la sua eredità, disegnando gioielli a New York.

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