Speciale-Sfilate
La couture da Margiela a Valentino per emozionarsi e sognare ad occhi aperti
di Angelo Flaccavento
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La dialettica che riassume la stagione della couture parigina è l’opposizione di controllo e abbandono: il rigore apollineo del far vestiti da indossare da un lato, la gioia dionisiaca dell’eccedere le costrizioni dell’utile per fantasticare dall’altro. Aspetti antitetici, che in mano ai maestri si possono anche conciliare. John Galliano, ad esempio, è un dress-maker almeno quanto è uno sperticato image-maker. Fabbrica vestiti con la sapienza di un couturier d’antan, per poi violentarli in assemblaggi folli e istintivi, nei quali il trench di tulle, ad esempio, diventa un cappuccio con mantella - i rever come visiera, le maniche annodate al collo - mentre l’abito trasparente sigilla come un astuccio il cappotto che ci sta sotto, non sopra. Il suo controllo tecnico diventa abbandono compiaciuto all’assurdo e la collezione di Maison Margiela ne è espressione sublime. Nel bianco dell’atelier come luogo di costruzione (un cantiere, reso astratto) si materializza un plotone di nomadi digitali e techno-clochard che si portano addosso, impilati come lacerti di un passato attualizzato da colate di colore fluo, silhoutte note – forme lunghe e minute, come negli anni venti, o curve voluttuose e debordanti come usava negli anni cinquanta – riconfigurate attraverso l’uso di materiali incongrui quali pvc, poliuretano espanso, broccati da arredo. È l’idea margeliana del recupero, portata a vette goduriose di neobarocco galattico. Troppo lontano dalla realtà, si indigna qualcuno. Sognare a occhi aperti è importante, è la risposta folle e per questo doppiamente saggia di Galliano.

Pierpaolo Piccioli, da Valentino, è un sognatore di tutt’altra tempra: lirico, delicato, avvolgente. Tocca l’anima e gli occhi con poderosa delicatezza. Anche lui, come Galliano, ama la storia – la scorsa stagione gli echi di Charles James erano evidenti quanto questa lo sono gli omaggi a Cristobal Balenciaga e Roberto Capucci – ma lascia che il ricordo evapori, diventando evanescente. La couture è per Piccioli territorio eletto d’espressione, nel quale muoversi con libertà assoluta, anche rispetto all’esigenza di avere un tema. «Ho agito d’istinto, senza seguire una inspirazione vera e propria. Ho riflettuto sul tempo come variabile e qualità di quanto viene prodotto attraverso un processo manuale lungo e minuzioso. Tempo di chi pensa e crea, ovvero io, tempo di chi realizza, ovvero gli atelier: un dialogo continuo, che carica gli abiti delle emozioni di tutti».

La riflessione porta al centro del discorso la coralità del lavoro sulla moda, elemento centrale nella narrativa che Piccioli dipana intorno alla couture di Valentino. Invece di nasconderle, il direttore creativo regala la ribalta alle maestranze. Addirittura lascia che siano i sarti a dare un nome a ciascuna creazione: un capovolgimento di gerarchia che carica di profonda umanità la sua figura di autore. La prova è eccelsa: una compenetrazione di cromatismi pittorici, intarsi mitici e volumi drammatici di raro equilibrio; un attraversamento non nostalgico della storia dell’alta moda e del costume storico consumato nell’attimo presente.

Da Fendi l’invenzione parte sempre dalla materia, piegata ai voleri della inesaurubile fantasia di Karl Lagerfeld seguendo il motto della casa, secondo il quale «nulla è impossibile». La collezione da questa stagione cambia nome: si chiama Fendi Couture e include il tessuto, non più solo la pelliccia. Non che faccia differenza: impossibile distinguere le organze affettate e sfrangiate dal visone rasato e colorato, le paillette dal montone, le piume dalla mongolia. L’inganno visivo è deliberato ed elettrizzante, mentre le linee si alleggeriscono, e il risultato ha una nuova freschezza sperimentale che celebra con levità un saper fare possibile solo in Italia. Unico neo, lo styling invasivo che offusca invece di illuminare.

Viktor & Rolf hanno sperimentato sul limite tra moda e arte per venticinque anni esatti, ed è il momento di celebrare. Il mordente drammatico degli inizi forse si è perso, ma le silhouette scultoree, editate al numero di 25 esatte e riprodotte alla lettera ma in bianco e cristalli Swarovski, hanno ancora un certo impatto. Da Gaultier Paris il viaggio intorno al tema dello smoking e del fumuoir si traduce nelle ormai note gag sartoriali, distorsione ironica, ma a tratti stanca, dei rigori della couture.

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