Speciale-Sfilate
Allons enfants de l’elegance! Fra virtuosismi e surrealismi, eleganza alla riscossa da Givenchy a Dior
di Angelo Flaccavento
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L’ubriacatura street sta rapidamente evaporando. Si torna all'eleganza, e l’alta moda è il territorio d’elezione perfetto per farlo. Lo scontro tra vecchio e nuovo è parso evidente già nella prima giornata di show della haute couture a Parigi. La ruvidità di Vetements - marchio di prêt-à-porter che ha permanentemente hackerato uno slot in questo rarefatto quanto breve calendario - accentuata dalla sfilata sotto un cavalcavia e dal solito cast di reietti resi ancor più perigliosi dal profluvio di borchie e maschere da guerriglia urbana, non scandalizza più nessuno. Anzi, sa di forzatura.

Sorprende di più la grazia algida di Givenchy, dove Clare Waight Keller, arrivata da meno di un anno, omaggia l’inimitabile Hubert, nell’anno della scomparsa, popolando il giardino degli Archivi Nazionali di donne sottili come figurini, vestite di abiti dal disegno insieme netto ed evanescente che attualizzano lo chic francese da sempre associato alla maison. Un codice in realtà senza tempo, che la britannica Waight Keller interpreta con il gusto del collage e della asimmetria che par essere la lingua dell’oggi. Il risultato è certamente elegante, ma alquanto prevedibile e scolastico nel trattamento dei riferimenti. Gli archivi delle maison storiche sono insieme un peso e una ricchezza: ci vuole una forza titanica per attraversarli in leggerezza.

È alquanto deciso il tocco che la stylist Katie Grant, arrivata in pompa magna a coadiuvare il direttore creativo Bertrand Guyon, porta da Schiaparelli: una serie di maschere pop surreali che trasformano le modelle in personaggi di un bestiario fantastico. Figure cartoon e carnevalesche piuttosto che eccentriche, va detto: il mondo folle e sofisticato della mitica Elsa è per sempre scomparso, sicchè l’operazione di recupero sfocia inevitabilmente nel costume.

Il tono dell’espressione questa stagione è certamente più libero e gioioso - scatenato, per davvero - del recente passato, e le creazioni da red carpet di certo non mancano. Manca invece quel sottile gioco d’equilibri tra humor, rigore e sofisticatezza che è segno distintivo di Schiap, donna pratica ancor prima che creatrice immaginifica.

Rigore che diventa morbido e voluttuoso da Dior, dove Maria Grazia Chiuri porta tutta l’attenzione sulle sottigliezze inapparenti, e per nulla Instagram-friendly, del lavoro d’atelier: quanto di più lontano dalla ricerca di forte impatto visivo del tempo presente.

Un abito d’alta moda richiede una sapienza costruttiva che se autentica si traduce sempre in semplicità senza sforzo: solo la donna che indossa l’abito può davvero capire quanto è prezioso. La teoria di giacche e gonne fatte di mille foglie di tessuto che si attorcigliano, avviluppano e aprono è una celebrazione di quel che la mano può realizzare e la mente immaginare, senza bisogno di camuffamenti, orpelli e distrazioni. Il focus assoluto rischia la monotonia, e di certo non balugina una idea dirompente. Il moto di difesa del savoir faire sartoriale, però, è encomiabile.

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