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Valentino e Valli, affermazione gentile e potente della femminilità. Balenciaga risponde con il “brutalismo”
di Angelo Flaccavento
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Il clima attuale, zeppo di sessismi, populismi e divisioni, non è certo adatto a far attecchire nulla di delicato o gentile. Al contrario, sobilla clangori e aggressività di ogni genere. Non è un caso che la novità più eclatante della debole fashion week parigina che volge ormai al termine sia il ritorno deciso delle megaspalle da Terminator delle amazzoni glamouros anni Ottanta. Come dire: ci vuole un fisico bestiale per resistere agli urti del presente; ridisegnare l'anatomia con il vestimento aiuta. C'è però anche chi si oppone con fare gentile, stoico e determinato nel non voler cedere alla seduzione della durezza e a quella, ancor più insidiosa, della nostalgia di una decade, francamente, garrula e dimenticabile.

Pierpaolo Piccioli, ad esempio, che da Valentino continua a volare alto proponendo una visione della donna e del vestire piena di grazia e di poesia, ma nulla affatto escapista o eterea anche al picco del lirismo, al contrario fermamente radicata nel reale. «Il romanticismo è forza e la grazia è autorevolezza: ho costruito la collezione partendo da questi assiomi», spiega. Un convincimento cui dovremmo aderire tutti, uomini e donne, ben oltre la scelta di quel che si indossa. Riscoprire il lato soft dell'umanità, a questo punto, è prioritario. In natura vince il più forte, certo, ma non è detto che questi sia anche il più aggressivo. L'alternativa all'abito per attaccare, dunque, esiste: è l'abito che avvolge, rivelando il lato fragile per renderlo coriaceo.

Piccioli lo materializza in silhouette liquide e allungate che sprigionano l'energia del corpo coprendolo e che costruiscono un vocabolario di forme davvero inclusivo. L'immagine non è castigata, ma emana una dignità e una consapevolezza che di rado si vedono in passerella. Gli stereotipi legati al vestire romantico - fiori, volant, smerli - sono sovvertiti con gentilezza inesorabile, puliti degli aloni zuccherini, ingigantiti e trasformati in segni, intarsi, avvolgimenti. Persino il blazer acquista una leggerezza muliebre.

A suggellare il tutto, la magia dei colori tardo-rinascimentali, vera sigla di Piccioli che conclude: «Mi piacerebbe che le donne mantenessero la femminilità, che non diventassero mascoline, ma nemmeno bambole». Il proclama conferma l'autorialità di questo creatore, e la sua straordinaria capacità di parlare alle donne.

Giambattista Valli è altro autore dal piglio assolutamente personale. Non diversamente da Piccioli, anche per lui l'affermazione della donna non deve passare attraverso una immagine maschile o violenta. È inoltre convinto, come dovrebbe sempre avvenire in un mondo civilizzato, che la convivenza di culture diverse sia una forza, non una debolezza. «Non voglio dare a questo discorso un tono politico - chiarisce - Sono solo interessato al lato umano». Impossibile, peró, non leggere la collezione come un commento obliquo su quanto sta avvenendo in Italia.

Commento in forma d'abito, da parte di un italiano adottato a Parigi che mantiene vivo il fuoco creativo dell'italianità, e che nutre la propria estetica di un meticciato continuo di occidente e medioriente, di eclettismi romani e raffinatezze parigine, di leggerezze eteree e fermezze affermative. Il viaggio parte negli anni settanta dei detour afgani e degli interni di Gabriella Crespi, di Alighiero Boetti e delle inchieste di Oriana Fallaci, e si materializza in un alternarsi di tute e lunghe tuniche, di blouson e abiti corti dai lunghi strascichi. È un Valli nuovo: istiga elegantemente al caos, a vestirsi mettendo le cose insieme come a caso, e convince.

Clare Waight Keller punta sul noir da Givenchy: atmosfere notturne e freddezze berlinesi si incastrano in una collezione che riporta al centro del discorso la donna sofisticata e perigliosa, tanto più perversa quanto più il suo aspetto è irreprensibile.
Demna Gvasalia, da Balenciaga, è di inclinazione opposta: predilige una lingua brutale e sfrontata, nella quale il virtuosismo tecnico - evidente e indubbio - è nascosto dietro una immagine franca fino ad apparire sgraziata. Proseguendo un discorso che porta ormai avanti da alcune stagioni, Gvasalia affronta il tema della protezione - dalla furia degli elementi e da quella della storia - lavorando in crescendo.

Si parte dal corpo fasciato nell'abitino seconda pelle - il grado zero del vestire - e si termina con lo scudo dei sette cappotti o più impilati gli uni sugli altri. In mezzo, spicca l'ingegneria sartoriale delle giacche nate da uno scan in 3d del corpo e costruite accoppiando lane e schiume tecno. Il risultato è potente, sebbene non rappresenti un reale avanzamento rispetto alla formula attuale di Balenciaga.

Anche Rei Kawakubo di Comme des Garçons rimane nei territori che esplora da tempo, fatti di follie sperticate e invenzioni che con il comune senso del vestire hanno poco da spartire. Lo show è un tripudio camp di glitter e stratificazioni basato sulla certezza che dar di matto sia il solo modo per sfuggire alle ganasce del regresso. A un certo punto, però, sarebbe interessante se Kawakubo tornasse a fare abiti reali, per cambiare davvero il nostro modo di vestire.

Da Balmain, Olivier Rousteing è festaiolo e ottimista. Mette finalmente da parte le pesantezze iperdecorative ma non la nostalgia degli anni Ottanta, che trasfigura attraverso l'uso di pvc e plastiche iridescenti in una collezione azzeccata come la compilation di hit vintage della colonna sonora.

Da Sacai, la sempre immaginifica ma estremamente concreta Chitose Abe esplora da par suo il potenziale dell'ibrido, accentuandone il catattere costruttivo in pezzi che sono somme di capi dal forte impatto visivo ma anche dall'indubbia funzione d'uso. A confronto, i plateali echi margeliani dello show di Stella McCartney sono un passo falso: perché intempestivi, e perchè poco coerenti con l'essenza del marchio.

Altrimenti, la soluzione ai problemi dell'inciviltà e della durezza moderne è battere in ritirata in campagna o nel bosco, per riscoprire la morbidezza del legame con la natura. È quanto suggeriscono Nadege Vanhee Cybulski, che da Hermès esalta l'eredità equestre della maison puntando su sofiticatezze outdoors e materiali sopraffini, e Jonathan Anderson, paladino da Loewe di una estetica insieme cerebrale e pragmatica che convince perché realizza la sintesi tra l’astrazione dell'idea e la sensualità del corpo.

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