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Le imprese che guardano al futuro cercano il manager «camaleonte»
di Giulio Xhaët *
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Nei primi anni novanta, al crescere dell’importanza di ingegneri e informatici nelle imprese, alcuni di loro hanno iniziato a ricoprire ruoli di top management. Per guidare progetti e altre persone però le competenze tecniche non bastavano più: oltre alle hard skill, servivano capacità “morbide”. I manager sono da sempre orientati alle soft skill. Più fanno carriera e si avvicinano ai vertici, più tendono ad allontanarsi dall'operatività. Sempre più generalisti, sempre meno specialisti.

È in questo scenario che il ricercatore David Guest, in un articolo del 1991, richiama l’attenzione sul concetto di hybrid manager. Un buon manager ibrido avrebbe «un inusuale set di interessi», rappresentando «una variante dell’uomo rinascimentale, altrettanto a suo agio con i sistemi informativi, le tecniche moderne e la conoscenza della scala musicale dodecafonica».

Il riferimento all’uomo rinascimentale non è casuale: la capacità di mettere in pratica il sapere tra discipline diverse trova una dimostrazione straordinaria nel rinascimento italiano, tutt’ora studiato tra gli imprenditori della Silicon Valley come il più grande esempio passato di incubatore d’innovazione. Frans Johansson l’ha descritto nel suo libro Effetto Medici: tra le sue pagine spiega come, nella Firenze del XV secolo, la famiglia Medici seppe rompere le barriere connettendo stimoli differenti, creando nuovi punti di intersezione tra il mondo dell’arte e della scienza. Un atteggiamento di enorme potenza attrattiva per i talenti: le migliori menti dell’epoca si ritrovarono alla corte medicea, contaminandosi a vicenda e generando in pochi decenni capolavori artistici e innovazioni scientifiche senza eguali in qualità e quantità.

Tornando a Guest, il suo articolo ebbe anche un merito pratico: diffuse il concetto di T-shaped, i professionisti «a forma di T». Se uno specialista conosce e sa fare molto bene una sola cosa, e il generalista diverse cose ma non sa fare in pratica nulla (non a caso negli States è soprannominato jack-of-all-trades, «tuttofare», o master of none, «esperto del nulla») il professionista T-shaped integra le 2 situazioni, possedendo almeno una competenza approfondita in un settore, ma anche conoscenze in altri ambiti.

Il primo entusiasta divulgatore dei professionisti T-shaped è stato Tim Brown, Ceo di Ideo, società internazionale di design. Per Brown una persona T-shaped opera da esperta in un’area grazie alla profondità della sua competenze, ma è in grado di “fare da ponte” con esperti in altre discipline grazie alla vastità delle sue conoscenze. In questo modo innesta le competenze degli altri nel suo ambito, e fa germogliare la sua competenza nei progetti altrui. Le vaste conoscenze del T-shaped gli permettono una mentalità agile, a differenza degli iper-specialisti che faticano a capire le prospettive altrui e lavorano con una «mentalità fissata».

Rispetto agli iper-generalisti, che tendono a una «mentalità di superficie», i T-shaped sanno che il diavolo si nasconde nei dettagli, perché almeno in un ambito l'hanno sperimentato sulla loro pelle. Il t-shaped si trova in equilibrio tra il problema delle profondità, ovvero essere limitati (vedo poco, ma lo vedo bene) e il problema delle vastità, ovvero essere approssimativi (vedo tanto, ma non lo vede bene). Il mercato del lavoro nell'epoca digitale è molto più flessibile: un giovane professionista oggi cambierà lavoro e azienda con una frequenza maggiore rispetto a una persona che ha iniziato a lavorare nel secolo scorso. Ecco perché essere T-shaped è sempre più un punto di inizio, e non di arrivo. Un professionista «a forma di T» si può muovere per sviluppare ulteriori competenze in nuovi settori.

Il risultato? Sarà il Comb-shaped («a forma di pettine»): il professionista multidisciplinare per eccellenza. Sempre più ricercato dalle aziende, in virtù della sua capacità di muoversi in ampiezza come un T-shaped, e allo stesso tempo in grado di calarsi in profondità dentro varie discipline. Lo ha dimostrato in modo eclatante Mark Zuckerberg progettando Facebook. Prima di iscriversi ad Harvard, il giovane imprenditore eccelleva nelle materie classiche. Alla Phillips Exeter Academy vinse numerosi premi in ambito umanistico. Negli anni passati ad Harvard studiò informatica e psicologia. Zuckerberg è l'archetipo dello smanettone umanista con interessi multidisciplinari, in grado di spaziare da un ambito all’altro con agilità e declinare set di conoscenze in competenze verticali e progetti concreti: un classico comb-shaped.

Più in generale, le professioni digitali di ultima generazione come il data scientist e il growth hacker (il marketer che sfrutta i dati digitali per trovare soluzioni di crescita) sono comb-shaped. Le professioni digitali sposano la multidisciplinarietà e le contaminazioni tra mondi e saperi diversi: ecco perché la capacità di ibridare se stessi è una competenza chiave di oggi.

* Digital Strategist e Senior Consultant, Newton Spa

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