Gestione Aziendale
Volete essere un buon capo? Non date risposte solo ai colleghi maschi
di Pilita Clark
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L’altro giorno ho rivisto un’amica che era in uno stato di grave depressione. Aveva appena convinto un’azienda a scegliere la sua ditta per un lavoro importante, e un dirigente di quell’azienda si era recato nel suo ufficio per conoscere il resto del suo team e il suo direttore esecutivo. Mentre erano in corso i colloqui, si è accorta che andava emergendo uno schema: ogni volta che lei si rivolgeva al nuovo cliente, lui rispondeva al suo superiore, un altro uomo. Quando lei gli ha rivolto una domanda diretta, ancora una volta lui ha risposto al suo capo invece che a lei. «È stato come se io non fossi in quell’ufficio - ha detto - anche se erano lì soltanto grazie a me». Ho visto accadere così tante volte questo genere di cose da aver coniato un termine per indicare questo fenomeno: “manswer”, rispondere a un uomo anche se è una donna a rivolgerti la parola, perché sembra sempre che un uomo risponda solo a un altro uomo.

Poi ho iniziato a lavorare con una donna che faceva esattamente la stessa cosa: un giorno, a un pranzo di lavoro, ho commesso l’errore di sedermi tra lei e un signore abbastanza importante. Dopo che le ho chiesto come stava andando un progetto al quale lei stava lavorando, lei si è lanciata in una risposta lunga e articolata rivolgendosi all’uomo seduto accanto a me che, perplesso, non aveva nemmeno aperto bocca. È andata avanti a parlare così a lungo e con tale gusto che mi sono trovata con le spalle schiacciate così forte contro lo schienale della sedia da pensare che sarei rotolata a terra, e sono sicura che tale eventualità le avrebbe fatto piacere.

Sento spesso parlare più di risposte date a uomini da uomini che da donne, ma c’è un nome migliore per designare questa pratica: cattiva educazione. Un bambino di dieci anni sa già che, se qualcuno gli rivolge una domanda, cortesia vuole che lui risponda guardando quella persona negli occhi e non si rivolga a qualcuno di più importante dietro al suo interlocutore diretto. Una cosa è se ciò accade a una festa tra amici o a una serata fuori, ben altra è se accade in ufficio, soprattutto che si commette questo sgarbo è un manager. Eppure, accade.

Da quel che ho potuto constatare, infatti, è facile che una persona sgarbata e poco attenta, con un basso livello di intelligenza emotiva, arrivi a occupare una posizione nel top management, o perché si ritiene che meriti una promozione oppure perché si pensa che sia più bravo a spingere i sottoposti a ottime performance di lavoro. Tuttavia, questi manager appartengono proprio alla categoria di persone per la quale non ho mai desiderato lavorare, e sono sicura di non essere l’unica a pensarla così. È un luogo comune ormai dire che le persone lasciano i manager, più che le aziende, ma in questo c’è qualcosa di vero. Secondo un rapporto di ricerca Gallup, a un certo punto della sua carriera un lavoratore su due negli Stati Uniti lascia il suo posto di lavoro per prendere le distanze dai manager che vi lavorano.

Quello stesso studio ha anche accertato qualcosa di familiare, seppur inquietante: le donne manager sono migliori degli uomini in molti ruoli importanti. A quanto sembra, le donne hanno più probabilità di encomiare e incoraggiare lo sviluppo della carriera. Oltre a ciò, hanno la tendenza a impegnarsi maggiormente nel loro lavoro. «Le implicazioni per il management sono abbastanza chiare: le aziende statunitensi dovrebbero dare maggiore importanza al fatto di assumere donne manager e di promuoverne la carriera», si legge nel rapporto.

L’idea che le donne siano per loro stessa natura maggiormente portate a prendersi cura degli altri è irritante come qualsiasi altro cliché. Preferisco pensare, come suggerisce lo studio Gallup, che le donne manager semplicemente sgobbino di più perché devono vedersela con un numero molto più alto di uomini e si sentano in dovere di superare le aspettative. In ogni caso, sembra ovvio che manager cortesi, premurosi e sensibili siano un plus, a prescindere dal fatto che indossino la gonna o la cravatta.

Ho ripensato proprio a questo l’altro giorno, quando sono andata a un appuntamento con il presidente di una nota azienda britannica insieme a un gruppo di giornalisti, i più importanti dei quali erano uomini. Il presidente è stato garbato e cordialissimo. Ha stretto la mano a tutti non appena siamo arrivati, e ha risposto a tutte le nostre domande in modo diretto (senza mai ricorrere al “manswering”). Poi, al termine della riunione, ha voluto salutarci tutti di persona. Non avendolo mai incontrato prima sono rimasta davvero molto colpita.

«Quando lo hai conosciuto?», ho chiesto a un’altra signora presente all’incontro che sembrava conoscerlo molto bene. «Non l’avevo mai visto prima», mi ha risposto, ammettendo di essere rimasta altrettanto bene impressionata dalla sua buona educazione. Non ho idea di cosa voglia dire lavorare per quel presidente, ma una cosa mi è chiara: un capo che si comporta così educatamente è sempre preferibile a uno che non lo fa.

Copyright The Financial Times Limited 2018
(Traduzione di Anna Bissanti)

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