Formazione
Così le big dell’hi-tech saccheggiano «i cervelli» delle università inglesi
di Aliya Ram
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L’assunzione da parte delle grandi aziende tecnologiche di docenti universitari di intelligenza artificiale sta «uccidendo la gallina dalle uova d’oro» ha detto Abhinay Muthoo. Il rettore del King’s Cross Campus dell’Università di Warwick a Londra, che ne coordina i progetti di IA, teme che la razzia dei migliori cervelli informatici dagli istituti di formazione superiore del Regno Unito da parte di gruppi statunitensi come Amazon, Google, e Uber rischi di mettere a repentaglio la capacità della Gran Bretagna di perseguire una posizione leader nel settore dell’apprendimento automatico. «Le migliori società tecnologiche succhiano linfa dalle università: offrono loro stipendi cospicui, pari a circa il quadruplo o il quintuplo di quelli che ricevono [negli istituti superiori]», ha detto. «Le domande da porci sono le seguenti: chi è il proprietario delle conoscenze prodotte? E chi formerà i ricercatori del futuro?».

Il mese scorso il governo britannico ha svelato i piani finalizzati a investire fino a 300 milioni di sterline per la ricerca nel campo dell’IA, somma comprensiva di un acconto di 83 milioni di sterline destinato ai progetti universitari, per incoraggiare lo status del Regno Unito di centro europeo di riferimento per l’apprendimento automatico. Anche se i 300 milioni di sterline non possono offrire ai docenti universitari retribuzioni paragonabili a quelle versate dalle grandi aziende tecnologiche, dovrebbero rendere la ricerca in IA ai gradi superiori dell’istruzione inglese più attraente e plausibilmente migliorarne la qualità. La speranza delle università, pertanto, è che quei 300 milioni di sterline servano a frenare il flusso dei ricercatori più illustri verso le aziende tecnologiche.

Negli ultimi due anni tra coloro che sono passati a lavorare per queste aziende ci sono Zoubin Ghahramani, professore di informatica all’Università di Cambridge, nominato chief scientist di Uber; Murray Shanahan, professore di robotica cognitiva all’Imperial College London, assunto come senior research scientist presso il DeepMind Unit di Google, e Neil Lawrence, professore di apprendimento automatico alla Sheffield University, assunto da Amazon come direttore del suo dipartimento di apprendimento automatico. Questi tre professori universitari continuano a occupare la loro cattedra, oltre al ruolo assunto nel settore privato, anche se Ghahramani e Lawrence sono in congedo.

Ghahramani ha detto: «C’è dissidio tra l’enorme interesse per l’IA da parte delle industrie e le esigenze dell’insegnamento e della ricerca nelle università. A breve termine è molto più difficile soddisfare le richieste che provengono dagli studenti. Ma la situazione sul lungo periodo non mi preoccupa, perché c’è sempre più gente che inizia a lavorare in questo campo». Shanahan ha detto che l’incentivo più grande che ha ricevuto per entrare da DeepMind è stata «la possibilità di portare avanti la mia ricerca a tempo pieno, senza l’esaurimento dovuto ad altri doveri accademici, sommata all’accesso a risorse favolose». Ha anche aggiunto di aver riflettuto a fondo sull’«impatto potenziale sulle università dell’attuale frenesia ad assumere delle aziende tecnologiche», giungendo alla conclusione che era importante continuare a essere affiliato all’Imperial College. L’Università di Sheffield si è rifiutata di esprimere commenti.

Le aziende come Google e Facebook a Londra offrono a specialisti software stipendi compresi tra gli 83mila e gli 87mila dollari, secondo le analisi di Atomico, il gruppo di venture capital. I professori universitari dicono che per le posizioni di maggior prestigio nel campo dell’IA le cifre offerte dai gruppi tecnologici sono da tre a cinque volte superiori a queste. Le aziende spesso si vantano della loro abilità nell’assumere i migliori docenti universitari permettendo loro di mantenere il loro posto in facoltà, ma alcuni dipartimenti universitari sostengono che chi ricopre questi due ruoli ben presto risente dell’affaticamento ed è troppo stanco per impegnarsi nell’insegnamento e nella ricerca sperimentale.

Matt Hancock, segretario della Cultura del Regno Unito, ha detto che questo problema costituisce una motivazione importante per aumentare i finanziamenti pubblici alla ricerca nel campo dell’intelligenza artificiale. «Stiamo reindirizzando tutta la potenza di fuoco dell’intero budget per la ricerca del Regno Unito verso l’IA e le tecnologie digitali a causa dell’impatto massiccio che queste potrebbero avere in futuro», ha aggiunto.

Per alcuni accademici la retribuzione più alta offerta loro dalle grandi aziende tecnologiche è meno importante tuttavia della possibilità di avere libero accesso ai loro enormi archivi di carte di credito, acquisti e informazioni sui quali collaudare e mettere a punto gli algoritmi dell’IA. I professori sostengono che l’interesse dei ministeri nella creazione di fondi dati per condividere le informazioni personali anonime archiviate dal governo, per esempio il Servizio Sanitario Nazionale, sarebbe un modo pratico per rendere la ricerca universitaria sull’IA più attraente.

Il Regno Unito si sta battendo contro altri paesi (e tra questi la Francia, dove a marzo il presidente Emmanuel Macron ha promesso di allocare 1,5 miliardi di euro per dare nuovo impulso nel prossimo quinquennio all’apprendimento automatico) perché determinato a diventare leader mondiale nell’IA. Ogni impegno in questo senso, tuttavia, scompare rispetto ai grandiosi piani cinesi di creare entro il 2030 un settore industriale impegnato nell’IA per 150 miliardi di dollari. «Al momento siamo fortunati perché il Regno Unito ha già nelle sue università centri di ricerca di livello mondiale nel campo dell’intelligenza artificiale» dice Adrian Weller, direttore per l’IA presso l’Alan Turing Institute, l’ente britannico dedito alla scienza dei dati e all’intelligenza artificiale. «Dobbiamo però proseguire lungo questa strada e uno dei mezzi più importanti per farlo è fornire maggiori finanziamenti per i dottorati di ricerca e riflettere su come finanziarli presso le università migliori».

Nel futuro dell’IA c’è anche la diagnosi dello stato di salute degli utenti. Lo scorso mese, quando ha annunciato la decisione del governo di investire 300 milioni di sterline per finanziare la ricerca nel campo dell’apprendimento automatico, per esemplificare l’alto livello raggiunto dal Regno Unito nel campo dell’intelligenza artificiale il segretario alla Cultura Matt Hancock ha citato i nomi di tre aziende che hanno sede a Londra. Le prime due sono DeepMind, azienda per la ricerca nell’IA acquistata da Google nel 2014 per 400 milioni di sterline, e Swiftkey, che mette a punto software per i testi predittivi ed è stata acquistata da Microsoft nel 2016 per 250 milioni di dollari.

La terza azienda è più piccola: si tratta di Babylon, una startup digitale britannica che opera in campo sanitario e usa algoritmi di IA per diagnosticare le malattie. Questa azienda ha un’intesa con Bupa, il gruppo privato di assistenza sanitaria, e con il numero di assistenza telefonica non d’emergenza 111 del Servizio Sanitario Nazionale per contribuire al triage dei servizi per casi non critici, e ha anche un accordo con il SSN per permettere a circa un milione di londinesi di usare l’app di Babylon come primo punto di contatto quando ci si sente male, invece di rivolgersi direttamente al proprio medico curante. In ogni caso, i due contratti-fiori all’occhiello di Babylon con Bupa e il numero 111 di assistenza del SSN non si sono espansi più di tanto dopo la forte reazione contraria dei medici.

Ali Parsa, che ha fondato Babylon cinque anni fa, ha detto che le critiche dei medici riflettono il tipico elitarismo della società britannica che ha impedito a un numero maggiore di aziende di ricercare l’innovazione nel campo dell’intelligenza artificiale. Egli ha fatto presente che Stati Uniti e Cina sono state notevolmente più brave a coltivare questo tipo di aziende. «A far funzionare bene la Silicon Valley o Shenzhen è l’ecosistema che si è creato per le startup, e che costituisce una comunità vera e propria» ha detto. «Qui non abbiamo nulla del genere. A noi, nel Regno Unito, piacciono più Ibm o Microsoft di un Johnny qualsiasi insieme a un gruppetto di scienziati»”.

Copyright The Financial Times Limited 2018
(Traduzione di Anna Bissanti)

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