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Professioni Ict, fra tre anni in Italia 135mila posizioni scoperte
di Gianni Rusconi
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La differenza tra domanda e offerta di figure legate al mondo dell’information and communcations technology passerà dal 9% del 2015 al 18% del 2020: fra tre anni, numeri alla mano, le posizioni che resteranno scoperte in Italia saranno circa 135mila, facendo del nostro Paese uno di quelli maggiormente in difficoltà nello scenario europeo. I dati in questione, impietosi nella sostanza ma non sorprendenti per il messaggio che trasmettono, emergono da un’analisi effettuata da Modis, società di The Adecco Group Modis specializzata nella consulenza in ambito Ict e ingegneristico, e presentata in occasione della recente (e prima) edizione della Milano Digital Week.

Il tema del “digital mismatch”, insomma, è più che mai d’attualità, anche in considerazione dei riflessi che la carenza di professionisti con skill in ambito tecnologico potrebbe avere sulle opportunità di impiego dei giovani, sia in ambito startup sia in ambito aziendale. Il rapporto redatto da Modis ci dice, innanzitutto, che negli ultimi tre anni i siti web italiani dedicati alla ricerca di lavoro hanno raccolto nel complesso circa 175mila annunci di aziende in cerca di professionisti informatici, con una crescita annua media del 26% e punte del 90% per quanto riguarda profili come il business analyst o tutti quelli relativi ai Big Data.

Per gli specialisti di cloud computing, cybersecurity, Internet of Things, robotica o intelligenza artificiale l'incremento medio sale al 56%, mentre circa due terzi delle ricerche complessive hanno riguardato sviluppatori software, system analyst e consultant. Le figure in assoluto più ambite sul mercato sono quelle di programmatori e analisti programmatori, seguite da help desk specialist, tecnici hardware/ software, web developer, analisti funzionali e system engineer. Un ruolo importante gioca inoltre anche la figura del technical consultant.

In linea generale si evince come il profilo delle richieste sia in costante evoluzione in termini di mix di competenze tecnico-digitali, di business e soft skill, e questa è una tendenza che spiega (in parte) la difficoltà nel reperire, da parte delle aziende, le figure necessarie. La denuncia di grande inadeguatezza a livello di offerta operata dal 40% delle organizzazioni oggetto di indagine si commenta, in tal senso, da sola e trova riscontro in alcuni dati: a fronte di una richiesta di oltre 4mila ingegneri informatici, solo poche centinaia di candidati hanno conseguito una laurea in questo settore in Italia nel corso del 2016. E una situazione simile interessa anche la figura del data analyst.

Il sistema formativo, questo il dato su cui probabilmente riflettere, continua a proporre troppi diplomati (8.400 quelli in eccesso) e pochi laureati in discipline Ict, con un deficit fra le 4.400 e le 9.500 unità. E a fronte di un aumento dell’11%, delle nuove immatricolazioni nelle facoltà tecnologiche, nell’anno scolastico 2016/2017 si è registrato un tasso di abbandono pari al 60%. L’assenza di candidati in grado di far fronte alla richiesta occupazionale, suggerisce per contro lo studio, non è però imputabile al solo sistema universitario. Aziende e manager sono chiamati a fare la loro parte in modo più proattivo, facendo da sponda a una capacità formativa del sistema nel suo complesso che deve cambiare passo se vuole realmente contribuire a “creare” imprese più innovative e competitive.

Secondo Modis, in media, le aziende vorrebbero avere a disposizione risorse con competenze specifiche ed esperienza pregressa in due settimane, mentre il mercato viaggia solitamente con tempi almeno raddoppiati. Chi trae beneficio da questa empasse sono solamente i neolaureati, i cui salari medi sono sensibilmente aumentati negli ultimi cinque anni (parliamo in media di 26mila euro di retribuzione annua lorda, rispetto ai 22mila precedenti) e per cui è più facile fare carriera più velocemente e raggiungere cifre importanti in tre o quattro anni. Il problema, dal lato delle aziende, è però ancora una volta lo stesso, e cioè il reperimento dei neolaureati con determinate qualifiche.

Già prima della laurea, questi profili hanno spesso già diverse offerte di lavoro da grandi multinazionali, oppure sono tentati da esperienze all’estero o ancora attratti dall’idea di lavorare in una startup. Oggi, si legge ancora nel rapporto, il mercato mette invece a disposizione delle aziende soprattutto 30/40enni con una discreta esperienza alle spalle, ma spesso privi di laurea.

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